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Casa Barilli. Una famiglia d'artisti tra Ottocento e Novecento, Mostra che rimarrà aperta fino al 15 marzo 1998. La mostra, poliedrica non solo per quanto riguarda le opere esposte ma anche per l'arco di tempo che investe e la diversità dei personaggi coinvolti, illustra l'attività e l'ambiente di vita di una famiglia di artisti particolarmente importante in Italia e all'estero. Come un segno del destino, da oltre un secolo, ininterrottamente, i Barilli costituiscono a Parma una vera e propria dinastia artistica. Un caso, forse unico, nel panorama culturale italiano, di una stirpe incapace di esprimersi se non attraverso la pittura, la letteratura e la musica. Tutta la loro storia - capace di ampliarsi, attraverso gli artisti maggiori, a livello europeo - si raggruma però idealmente in una casa, in quel luogo fisico e mentale che Gaston Bachelard ha definito lo spazio privilegiato dove l'universo si può concentrare attraverso atti poetici. La vecchia e fascinosa abitazione di strada delle Fonderie - affacciata sul torrente come una sorta di bastimento in attesa del varo - da cui sono usciti, dalla metà del secolo scorso, pittori di grande valore e importanza come Cecrope e il figlio Latino o letterati come l'immaginifico Bruno, straordinaria figura di bohemien della letteratura europea novecentesca. Un altro figlio di Cecrope, Arnaldo viene ricordato come cultore della storia e dell'arte locale, autore - fra l'altro - di importanti studi sul Correggio e sui Farnese. Lo stesso germe artistico ha contagiato, con il susseguirsi delle generazioni, Milena, figlia di Bruno e di una nipote del re Pietro di Serbia, anche lei pittrice di talento, legata alle avanguardie, misteriosamente morta a New York nel '45 dopo un'esistenza raminga tra Parigi, Londra , Madrid. Ma l'arte e la pittura hanno segnato, come una sorta di imprinting anche Aristide, Renzo e Anna, tutti figli di Latino. Fino al nipote Francesco, cineasta e pittore. La casa sul torrente - battuta dall'aria e dalla luce - dove più che in ogni altra, più intensamente e più a lungo, si è celebrata, con le opere e la pratica quotidiana di oltre cento anni, la pittura, è un po' il simbolo di questa famiglia di artisti. Nido di memorie e di immaginazione da cui prendere il volo, oppure rifugio in cui far crescere, con il ritmo lento della pazienza e dell'osservazione, il flusso esterno delle cose. Nella storia anarcoide e anticonformista dei Barilli la pittura entrò attraverso Cecrope. Era un artista ottocentesco di vera potenza e profondità espressiva, ma anche - in certi dipinti più privati - uno straordinario pittore lirico. Abitava Cecrope una casa situata in uno dei punti più magici della città. Sulla sponda sinistra del torrente, tra l'enorme mole della Pilotta e il parco Ducale. La stessa casa, come detto, dove hanno abitato e vivono tuttora i Barilli. Quando nacque nel 1839, suo padre Giuseppe era u maestro elementare, indicato come pericoloso sovversivo, poeta risorgimentale e autore di una recensione dell'Aida rimasta negli annali del teatro Regio. Cecrope, uno dei più celebri pittori parmigiani di tutti i tempi, fu allievo di Francesco Scaramuzza, ma si allontanò presto dal freddo accademismo del maestro per seguire la propria ispirazione. A contatto con le novità artistiche nazionali, dai soggetti storici e letterari, passò a dipinti più spontanei, legati alla natura. Da Parma passò a Firenze. Nel 1846 andò a Parigi dove acquistò la fama eseguendo ritratti e affreschi in numerosi palazzi nobiliari e intrecciò rapporti con Corot, Courbet e Dorè. Dopo sei anni tornò in Italia e si stabilì a Roma. E' il periodo più intenso: il suo riconosciuto valore gli procura numerosi incarichi, tra cui la decorazione di alcune sale del Quirinale, della villa del principe Umberto, dell'Aula Magna del Senato, palazzo della Consulta, del Ministero delle finanze e di alcune tra le più sontuose ville romane. Poi il ritorno a Parma nel 1878 dove divenne direttore dell'Istituto di Belle Arti e della Regia Pinacoteca. Fu lui a far costruire, su un proprio progetto, la storica casa dei Barilli, stretta tra il torrente e il parco Ducale di Maria Luigia. Dei tre figli di Cecrope, il più legato alle tradizioni locali fu certamente Arnaldo. Allievo prediletto del Carducci, espletò la sua attività di storico dedicandosi all'arte e alla poesia dialettale. Presidente della Deputazione di storia patria, direttore di "Aurea Parma" ha lasciato fondamentali studi sulla famiglia Farnese e un saggio sulla camera di San Paolo del Correggio, tappa obbligata per chiunque voglia analizzare a fondo l'opera di Antonio Allegri. Secondogenito di Cecrope fu Bruno, uno degli scrittori più importanti del novecento. Diplomatosi alla scuola di violoncello nel conservatorio di Parma, nel 1901 si recò a Monaco di Baviera, ottenendo il diploma in composizione. Alto, scarmigliato, dai capelli arruffati, si mantenne agli studi facendo la comparsa e l'attore. A Monaco conobbe Daniza Pavlovic, della famiglia reale di Serbia che divenne sua moglie. Un matrimonio irreale, il loro romanzesco - tra fughe e abbandoni - che, insieme al dolore per non vedere pubblicamente riconosciute le sue due composizioni musicali (Emiral e Medusa) fu il maggior motivo di sofferenza di Bruno. Saggista raffinato, prosatore irripetibile (non imitò nessuno e nessuno osò mai imitarlo), straordinario critico musicale, Bruno Barilli viaggiò come inviato dei maggiori giornali in Europa e in Africa. Solitario e orgoglioso, ha vissuto vagabondando e scrivendo. Ai tavolini dei caffè parigini era una presenza abituale. Amico dei maggiori letterati dell'epoca ha bruciato l'esistenza da dandy, inconsapevole di esserlo e lasciando capolavori come "Il paese del melodramma" e "Il sole in trappola". Sontuoso e macilento, come un drago solitario, con la sua magia visionaria, ogni tanto Bruno tornava - quasi di nascosto - nella leggendaria casa di via delle Fonderie. Lì ad aspettarlo c'era il fratello Latino. Anche lui, in gioventù, era stato a Monaco, dove aveva studiato nell'atelier di Von Stuck (che dopo di lui, ormai vecchio, fece un'eccezione ai rigidi dogmi dell'epoca accettando fra i suoi allievi - unica donna - anche Milena). Se per Bruno l'erranza significava perdersi per ritrovare se stesso, nel segno di una fuga creativa e disperata, Latino (anima speculare a quella del fratello) trovò proprio nella casa del torrente il significato più puro dell'esistere. La sua pittura, solo apparentemente semplice, ha trovato riparo e senso in quel labirinto di memorie e immagini dove l'ostilità del mondo poteva essere allontanata attraverso la stupefazione dell'attimo ripetuto. Questa casa si contorce nei tempi lunghi dei suoi quadri, fogli di un diario ininterrotto che non hanno altro senso, se non quello della poesia assoluta capace di afferrare un'ora perduta fissandola in un sogno duraturo. Latino ha dipinto tutta la vita, così come Bruno ha scritto tutta la vita. In entrambi, filo conduttore di questa famiglia d'artisti, la creatività si è fatta ragione assoluta, nemica della ideologie, sempre tesa a cogliere l'irripetibile unicità dell'evento. Un modo di lavorare senza finalità pratiche, indifferente al successo e alla fama immediate. Lo dimostrano la noncuranza con cui Latino deponeva in qualche angolo del suo studio, spesso senza neppure firmarle, le sue tele più belle, quasi nascondendole, pago di aver colto la magia di istante. E allo stesso modo, con l'identica noncuranza, Bruno disperdeva i suoi scritti scintillanti e favolosi su fogli effimeri di giornali e riviste o li affidava a taccuini mai pubblicati, mischiando le sue prose immaginose a conti della spesa o promemoria quotidiani. Perché per Latino e per Bruno anche il tempo del non lavoro, della flanerie, era quello della pigrizia apparente contrapposta alla fretta, dell'immaginazione che non descrive, ma sogna. Inconsapevolmente poetica, nel suo essere fuori dalle regole, tutta l'esistenza di Latino ha seguito il flusso costante della natura. Se per Bruno la vita è stata una miccia sempre sul punto di esplodere, il tempo di Latino avanzava liscio, attraverso la dolcezza del mondo famigliare chiuso nel tepore di una stanza. Proprio perché affidarsi a rituali immutabili - Latino che abbozzava i ritratti dei figli, la radio accesa sull'opera - liberava dalla necessità di guardare l'esterno se non in una funzione poetica. In quella casa, in tal modo, la vita entrava ripulita, risucchiata da quella atmosfera da ultima bohème, rallentata e indolore. In quella casa, dove le porte si aprivano su paesaggi dipinti, hanno vissuto i figli di Latino. Anche loro, quasi per una scelta predestinata, pittori. Semiclandestini, come Anna, autrice di poche delicate tavolette dipinte quasi di nascosto. Oppure più legati alla professione, come Aristide che attraverso l'uso del colore ha gridato il bisogno di esprimere se stesso. O Renzo, che attraverso una sensibilità inquieta - intellettualmente modernissima - ha congelato enigmaticamente il tempo del dipingere, reinventando un dialogo "cerebrale" ed ininterrotto con la natura. Dopo di loro Francesco. Anche lui dipinge. Anche lui ha tentato, come Bruno, di fuggire, di non lasciarsi stregare dalla casa di strada delle Fonderie. Fino a quando non ha capito che anche l'immaginazione ha bisogno di un riparo, di un rifugio in cui ricordi e conoscenza vivano attraverso quel luogo abitato dai colori del tempo. |