Quarta lezione Inizio
Dominio
Assicurarsi il consenso
dell'opinione
Con l'oggettivazione dunque la conoscenza non sottrae a sé, per
fronteggiarlo come estraneo, l'oggetto; tutt'altro: lo fa proprio. La
conoscenza della cosa singola (l'intuizione dell'intuíto) è per
la conoscenza: intuíto in atto e atto dell'intuizione sono lo stesso.
L'estetica appunto invita e incita a "liberare lo spirito dall'incubo di
una natura esterna... spiritualizzare l'oggetto del soggetto...
interiorizzare la lotta attuando l'assoluta immanenza" (28). Suo campo
specifico è la vita dell'arte, ma questa è vita dello spirito,
per cui l'estetica termina inculcando un'aspirazione metafisica:
collaborare con l'immanenza. Chi collabora, si trova liberato da un incubo:
che l'immanenza non sia.
Mentre per conseguire l'espressione è lotta, nella lotta la
materia "peso, ostacolo", "riluttante" (29) contrario di un "atto nostro",
"si agita in noi" (30) per travolgere lo spirito,il quale risponde
circondandola e afferrandola (l'abbraccia). Se la "formazione" riesce, se
ottiene una "vittoria" domina la "serenità" (31) perché la
conoscenza si ritrova libera, visto che la materia fu "trionfata" (32),
sottoposta a "presa di possesso" (33). Croce ammette che trionfare,
prendere possesso, equivalga per il trionfatore a liberarsi. Oltre che
trionfata l'oscura regione viene espropriata: "Sentimenti e impressioni
passano... dall'oscura regione della psiche alla chiarezza dello spirito
contemplatore" (34).
L'ordine regna dove era il "caos" prossimo al nulla: "psiche" squassata
da "passioni" non "scacciate" (35), ovvero "emozionalità non
elaborata esteticamente" (36). Buon risultato, perché la "mera
materia" ci dava mozioni spregevoli e inumane (37).
Il dominio spirituale, assestato che sia, non si mischierebbe piú
con l'inumana oscura regione abbandonata: "L'arte non è il sentimento
nella sua immediatezza" (38); tuttavia, e il dominio lo sa benissimo,
durante la lotta ha praticato con quella una stretta intimità.
Assicurarsi il consenso dell'opinione
Che, se non l'avesse ritagliata e illuminata, non avrebbe neppure
conseguito il suo "stato espressivo". Ma la materia neppure all'espressione
compiuta resta poi tanto estranea. Ciò si riscontra bene col
sentimento, che pur se materia, e sebbene a seguito di "conversione in
immagini", talché rimanga "contemplato e risolto", nondimeno è
"anima" del concreto unitario risultante. Al quale, anzi, a seguito
dell'ingresso sentimentale, è bene conferire un nuovo nome:
intuizione lirica. Il divenire in quella si ritrova ancora, comunque allo
stato di "puro palpito" (39).
Croce allora previdente si assicura il consenso dell'opinione, dal
quale si ha notizia che in poesia sono una parte cognitiva e una affettiva.
La prima si intesse alla seconda: infatti un sentimento è
dovuto a certe immagini che lo motivano. Rifinendo, avverte che al
sentimento, per farlo poetico, si ha da sottrarre l'efficacia coinvolgente,
che significa: averne praticato l'oggettivazione. Oggettivato che sia, il
sentimento passa in condizioni di contemplato, e viene sottratto alla
pretesa realtà esterna. A questa è in solido tolto anche il
complesso di immagini come motivante. Infatti, solo se siamo convinti che
la motivazione cognitiva di un sentimento non è reale, possiamo
contemplarlo senza nostro coinvolgimento.Tutto ciò ammesso e
conseguito, infine, il sentimento resta, sia pur se convertito, superato,
risolto, purificato, addirittura ad "animare" il complesso di immagini
(l'intuizione) e quindi viene indispensabile alla poesia. E non è
sentimento l'aspirazione metafisica a scacciare l'incubo della natura
esterna? Sempre non ne è "animata" la poesia?
Costantemente Croce ha posto equivalenti "arte, poesia" con
"intuizione, intuizione lirica o anche pura, immagine, espressione,
contemplazione, visione" ecc. L'equivalenza, per lui semplicissima (40),
è in corso già, dice, presso chiunque parli d'arte (sta ponendo
quale essenzialmente vero il discorrere quotidiano sull'arte) (41).
Oltre alla genesi fantastica, con l'esclusione di contenuti logici o
troppo logici, si addice pure, secondo l'estetica diffusa cui Croce pensa
di riferirsi, alle opere d'arte l'indivisibilità (quale d'altra parte
loro spetterebbe in quanto cose singole), nonché la tradizionale
norma di "coerenza e unità" (42) nella varietà (43) detta
mediante analogie vitalistiche e organicistiche. Secondo queste,
l'immaginazione unicamente atta ad accumulare "combinazioni estrinseche"
sarebbe "parassita". Se non fosse infatti in grado di generare "l'organismo
e la vita", non potrebbe neppure godere di vita propria. S'intende che la
sintesi in parola è inscritta nella "sola reale... sintesi delle
sintesi, lo Spirito che è il vero Assoluto, l'actus purus" (44).
Ancora caratteri in comune fra l'espressione di Croce e luoghi diffusi
sulla poesia: autonomia (45); indifferenza alla verità e realtà
in metafisica, storia, filosofia (46); l'innocenza: "un mondo di mere
immagini, prive di valore filosofico, storico, religioso o scientifico,
prive persino di valore morale o edonistico (47).
Proprio insistente, Croce cerca conseguenza e controprova in ciò
che il vulgato reciterebbe. Chi affermi di avere intuíto qualcosa, se
non lo documenta o può documentare allo stato di prodotto per il
pubblico, oppure soltanto a sé stesso, risulta incredibile e
ridicolo; non mostra qualcosa di fatto, dunque nulla ha fatto (48).
Croce sembra, quanto all'antica sequenza inventio, dispositio,
elocutio, stabilire che ponendo la terza (la parola) essa annulla dietro di
sé le precedenti e sola vale, proprio all'inverso dell'antica
dottrina, o forse come un suo esito estremo. Dal possibile materiale si
"passa" alla "contemplazione" ovvero all'oggettivazione perché
agí la "virtú della parola". La parola oggettiva, la parola con
la sua virtú fa l'oggetto. Se manca la parola, manca l'oggetto.
In queste "prove" e tesi si insinuano nozioni di
intersoggettività e comunicazione; la materia, inoltre, rialza il
capo al punto che esprimere è detto persino "corporificare". Croce si
prende in carico le complicazioni che di qui derivano, assistendo la
"profonda proposizione filosofica" col "comune buonsenso". E spiega: Se il
termine materia equivale a naturalità e significa con questa
l'appartenenza agli oggetti del sapere naturalistico e fisico, dobbiamo
ricordare che "i fatti fisici non hanno realtà" (49), ovvero essendo
prodotti logici, "costruzione del nostro intelletto" (50), e non della
fantasia, non possiedono la realtà originaria e sola autentica
propria delle intuizioni (opere d'arte). Ciò conforta chi si dedica
all'arte piuttosto che alle scienze; la gioia dei quali dà pure mano
alle prove (51).
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