Associazione Italiana Studi di Estetica

BOLLETTINO AISE

anno V n. 8/9 Primavera/Autunno 1997

Avvertenza: Questa edizione in network riporta la pagine editoriale e i Contributi. Rimangono nell'edizione cartacea notiziari e bibliografie.

Redazione:
Grazia Marchianò, Presidente
Paolo D'Angelo, Segretario
Francesco Solitario, Tesoriere

Hanno collaborato a questo numero:

I. Amaduzzi - L. Bonesio - R. Bossaglia - A. Caracciolo - M. Carbone - P. D'angelo - E. De Caro - P. De Gennaro - R. Diodato - L. V. Distaso - R. Giorgi - G. Marchianò - R. Milani - R. Moretti - M. Negrotti - P. Pagli - F. Piselli - M. Scotini - M. Yoneyama

EDITORIALE

di Grazia Marchianò

EDITORIALE

Un albero della vita inscritto in un doppio cerchio, le radici estese nella metà inferiore, e i verdeggianti rami nella metà superiore, è il logo che Catherine Runcie e gli altri organizzatori della Pacific Rim Conference in Transcultural Aesthetics all'Università di Sydney (18-20 giugno) hanno scelto per esprimere lo spirito di una transculturalità che negli ambienti accademici dell'area Pacifica australe è avvertita come una dimensione indiscutibilmente primaria della ricerca filosofica e estetica odierna.
Studiosi cinesi iperpreparati nella loro tradizione classica e capaci di esprimersi in un inglese perfetto, si affiancano a giapponesi, americani di Hawai'i, californiani, neo-zelandesi e australiani di altri atenei del continente, con una padronanza degli argomenti trattati e una vastità e accuratezza di cognizioni che lascia l'osservatore europeo francamente sconcertato. E si prova, venendo dall'Europa, la curiosa sensazione di appartenere a una marginalità che oggi è chiamata a confrontarsi con tante altre: nessuna tradizione di pensiero, rivissuta nel presente e a ridosso di altre essendo realmente egemone, ma ognuna condividendo il senso di un'appartenenza relativa, sedimentata ma non per questo segregata, nella propria storia particolare.
Mentre si discuteva a Sydney di questo transito della filosofia, dal tempo della particolarità etnocentrica a quello della marginalità planetaria, a migliaia di miglia lontano, il simposio dell'Associazione Slovena di Estetica faceva il punto a Ljublijana sulle prospettive di un filosofare investito di un forte impegno locale, dove la tutela dell'identità etnica sarebbe rivendicata come un presupposto primario. Modi diversi, evidentemente, a Sydney e a Ljublijana, di intendere il compito della filosofia e lo spirito del proprio tempo.

Con questo doppio fascicolo 1997, il Bollettino taglia il traguardo dei suoi quattro anni di vita. Un grazie ai cinquantacinque volenterosi collaboratori, ricordati a p. 86. L'appuntamento per tutti è all'assemblea in autunno nella quale l'AISE è chiamata a deliberare sul proprio futuro.
Con mille auguri di buona estate.

Grazia Marchianò
Presidente AISE

Contributi



Internet e le muse
a cura di R. Diodato, E. De Caro, con una nota di M. Yoneyama


Presso il Centro Linguistico dell'Istituto Universitario di Lingue Moderne (IULM) di Milano si è attivato nel febbraio del 1996 il Seminario Permanente Saperi UNT. Il seminario si propone di approfondire il rapporto che intercorre tra saperi umanistici e nuove tecnologie; si articola in tre direzioni di ricerca:
a) Tradizioni: analisi delle culture delle rete ed in particolare dei seguenti paradigmi di riferimento: decostruzionista; cognitivista; mass-mediologico.) Linguaggi: analisi dei linguaggi della rete con particolare riferimento ai seguenti temi: ipertestualizzazione dei saperi; problemi della codifica e della traduzione; nuovi generi letterari/artistici.
c) Comunità: analisi della comunità virtuale, con particolare riferimento ai seguenti temi: disponibilità dei dati sulla rete; livelli di accesso; democrazia virtuale.
Il gruppo istitutivo del seminario, coordinato da Paolo Ferri, editor della Bruno Mondadori Università, è composto da numerosi docenti e ricercatori dello IULM, tra cui Patrizia Nerozzi Bellman (preside della Facoltà di Lingue), Alberto Cadioli, Emanuele Ronchetti, Leonardo Terzo e da altri professionisti, tra cui Luciano Floridi (ricercatore del Wolfson College di Oxford); Nino Gualdoni (ricercatore del "provider" INET); Antonio Riccardi (editor Oscar Mondadori); Riccardo Ruschi (direttore di Informazione filosofica); Armando Massarenti (redattore cultura del Sole 24 ore), Roberto Diodato (ricercatore di estetica all'Università Cattolica di Milano).
I lavori del seminario hanno, di norma, frequenza quindicinale, e comprendono lettura e discussione di una relazione. Un primo risultato pubblico dell'attività del Seminario Permanente è stato l'organizzazione, nello scorso novembre, del convegno Internet e le muse. Ricerca e didattica delle discipline umanistiche e nuove tecnologie.
Chi desiderasse ulteriori informazioni può consultare il sito Internet dello IULM: www.iulm.it; chi volesse prendere contatto può scrivere una e-mail a nerozzi@iulm.it

Roberto Diodato



Il 14-15 novembre 1996 si è svolto a Milano un importante convegno internazionale dal titolo «Internet e le Muse», patrocinato dalla prof.ssa Patrizia Nerozzi, presidente del Centro linguistico dell'Istituto Universitario di Lingue Moderne (IULM) e organizzato dal «Seminario Saperi Umanistici e Nuove Tecnologie» attivo presso lo stesso ateneo milanese. Numerosi studiosi italiani e stranieri si sono impegnati nel corso di sette intense sessioni di lavoro in una prima valutazione, divenuta ormai necessaria, sull'uso e sulle prospettive aperte dalle nuove tecnologie informatiche e telematiche nella ricerca e nella didattica (anche quest'ultima essenzialmente coinvolta) delle Discipline Umanistiche. Ma piuttosto che la palingenesi culturale intravvista da diversi movimenti sono in questa sede emerse (questo sembra di poter concludere) nuove possibilità produttive per il pensiero, aperte dalle strategie ipertestuali, e significative innovazioni per gli orizzonti filologico testuali (legate al fatto che il testo potrà essere costruito anche attraverso scelte interpretative diverse da quelle del curatore). George Landow nella relazione d'apertura ha portato l'attenzione sulle differenze ma anche sulle analogie fra i sistemi di scrittura cartacei e digitali, mostrando le potenzialità della struttura ipertestuale, struttura che è in qualche modo interpretabile come una messa in scena di alcune modalità del pensiero postmoderno, in particolare decostruzionista; e su questo tema Francesco Piselli pone agli Atti considerazioni sull'ecdotica computazionale (per la quale propone il termine «ecdomatica») in rete, dove l'accento è posto sulle promesse non soltanto strumentali ma anche spirituali di questa nuova scienza. Nessuna epocale trasvalutazione, dunque, come ha lucidamente sostenuto Paolo Ferri intervenendo su Paul Baudrillard, Pierre Levy, Donna Haraway; semmai, un attteggiamento disincantato, come ad esempio quello auspicato da Ugo Volli, secondo cui il «mezzo» Internet e i suoi contenuti sarebbero spiegabili semplicemente in funzione di pratiche economico-sociali. Masaru Yoneyama della Graduate School of Human Informatics di Nagoya ha invece sottolineato come le nuove modalità di immagazzinamento e soprattutto di reperimento dei dati introdotte dall'elettronica aprano il pensiero a nuove opportunità combinatorie capaci di conferire all'espressione una valenza fortemente estetica; facendo interagire la monadologia leibniziana con la teoria della prosa in Alain egli ha infatti notato come la rete sincronica di idee che costituisce l'ipertesto si presenti come una sorta di langue la quale presiederebbe all'espressione, nell'ordine sintagmatico, di una parole (o «bella prosa»), capace di «esprimere meravigliosamente» (nell'uno) la rete stessa; l'ipertesto innescherebbe in tal modo quello che Yoneyama, utilizzando appunto una strumentazione concettuale leibniziana, considera un «abbellimento del pensiero», latore di una peculiare valenza estetica.
All'ipertesto ha dedicato la sua relazione anche Alberto Cadioli, notando come le scelte editoriali abbiano sempre contribuito a determinare la forma di un testo e quindi anche il suo uso, mentre nel caso degli ipertesti digitali ­p; siano questi incisi su Cd-Rom o affidati alla rete ­p; non si sia ancora arrivati a qualificare tramite marche paratestuali il valore ecdotico di un'opera o quello critico di un commento. Resta pertanto da stabilire un'autorità specificamente autorale-editoriale (e Cadioli ricorda che editor, in età imperiale, era colui che allestisce spettacoli) che possa effettivamente (e scientificamente) condurre al testo elettronico e alle sue soglie senza scadere nella banalità ermeneutica di un qualsivoglia lettore sperso nella rete o nell'ammasso acritico di spezzoni testuali privi di valore narrativo. Da piú parti è stata poi sottolineata l'importanza delle operazioni di codifica del testo che, oltre a determinare come oggetti e fenomeni testuali possano essere descritti, letti e interpretati, consentirebbe anche (Fabio Ciotti) di offrire un fondamento scientifico alle varie teorie sui testi che vengono formulate nell'ambito delle scienze umane. Claude Cazalé Bérard e Raul Mordenti hanno invece sottolineato la peculiare responsabilità del critico e dell'editore in ambiente elettronico interattivo, allacciando la teoria del testo alla nozione di «comunità ermeneutica»; e la questione etica è stata poi toccata anche da Marco Diani, il quale ha ricordato come il progetto di Enciclopedia di Studi italiani in rete preveda anche la possibilità per gli studiosi di contribuire alla crescita dell'enciclopedia stessa trasferendo sul server i propri documenti. Loredana Danelli ha presentato una fenomenologia dell'essere immaginale in rete, dando notizia di vari progetti di arte elettronica «on-net» e recensendo, fra altro, i vincitori del Prix Ars Electronica 1996 ed altre esperienze di gestione pagine www. Una notevole esemplificazione concreta del rapporto tra fare artistico ex homine ed ex machina è stata infine portata dal concerto per computer e chitarra classica (al cordofono il maestro Giacomo Parimbelli) del prof. Francesco Piselli. In tal modo si chiudeva il convegno al di là dalla semplice valutazione di quanto i saperi sulle nuove tecnologie abbiano finora prodotto, verso la concreta proposta di nuovi scenari tutti ancora da esplorare. Gli estratti delle comunicazioni pronunciate sono consultabili sin d'ora in Aesthetic Pages,
location http://www.dsi.unimi.it/~@rs/AEst/aest.html

Eugenio De Caro


Al convegno internazionale "Internet e le muse" organizzato dallo IULM, ci sono state presentazioni del software per ipertesto Dynatext e Netscape, ma ciò che mi ha più impressionato è stata la comunicazione su Internet et ses mythes della Prof.ssa Marie-Claude Vettraino-Soulard (Università di Parigi 7). Abbiamo appreso che il 62% degli utenti di Internet vive in America del nord. Per quanto riguarda la "Francenet" il 95% degli utenti sono uomini, e il 50% abita a Parigi o nell'immediata periferia. Insomma l'Internet non risolve il problema del nord e del sud, quello dell'uguaglianza dei sessi e del concentramento urbano. Per di più il 90% dei messaggi su Internet proviene dal mondo anglo-americano. In altre parole la lingua inglese domina Internet. Noi giapponesi abbiamo difficoltà a spedire su Internet la posta elettronica quando il destinatario non usa lo stesso software. Questo accade anche, ad esempio, per gli utenti di lingua araba. Il problema è quello del "code". Per gli anglo-americani non bisogna usare 2-bite code ("codice"), ma noi "dobbiamo" usare 2-bite code per esprimere sufficientemente noi stessi nella nostra lingua che usa normalmente più di 3000 caratteri.

Masaru Yoneyama


INTERVISTA A ROSSANA BOSSAGLIA
di Raffaele Milani



R.M.: Nei suoi numerosi lavori di storia e critica d'arte vi sono riferimenti a diverse arti: il Liberty, il Déco vengono visti e analizzati dalla pittura all'architettura, dalla grafica agli oggetti, dalla scultura al ferro battuto. Lo stesso principio estetico ha soluzioni parallele o differenti. Si può programmare, in quest'escursione nella creatività artistica, un valido metodo comparativo? Inoltre è giusto dire che non vi sono più arti maggiori o minori?

R.B.: La domanda è complessa. Intanto essa riguarda in generale il problema dello stile: gli stili permeano un'età, una situazione storica e geografica, coinvolgono tutta la vita artistica, dunque non riguardano soltanto le arti cosiddette maggiori. Poi c'è il problema specifico del Liberty e del Déco, movimenti che hanno teorizzato, specie il primo (il secondo non aveva sostegni programmatici), la necessità di non distinguere tra arti maggiori e minori, intendendo permeare tutto l'ambiente di valori estetici, secondo un progetto di "socialismo della bellezza". Cioè, per intenderci: in sede generale, siamo noi storici a individuare e riconoscere gli elementi stilistici comuni che legano le arti maggiori alle minori; mentre gli artisti del Liberty erano loro a proporre deliberatamente nei loro programmi la non separazione tra i due livelli.
Si tenga presente inoltre che noi sovente mettiamo sullo stesso piano definizioni che riguardano fenomeni diversi o, per dir meglio, diversi livelli interpretativi. Per esempio, spesso confrontiamo il Liberty con il Simbolismo; ma il Liberty è uno stile, mentre il Simbolismo è un movimento, una corrente di pensiero: quindi un oggetto artistico può entrare contemporaneamente in questa o in quella categoria a seconda di come lo si esamina, da quale parte.

R.M.: In un orizzonte comparativo è importante la relazione che Lei pone tra il Liberty e Fogazzaro, D'Annunzio, Gozzano. Questo confronto tra la pittura e la letteratura può espandersi ad altri movimenti

R.B.: Anche qui il problema è duplice: in generale, riguarda la corrispondenza tra letteratura e arti figurative; in particolare, il fatto che in una certa situazione o condizione storica (appunto il momento Liberty, nel nostro caso) alcuni artisti siano particolarmente consapevoli, o sensibili, al momento stilistico. Negli anni di Fogazzaro, D'Annunzio, Gozzano, non si trattava soltanto di un'atmosfera o sensibilità comune, affine, ma di un'attiva consapevolezza. In questo caso, erano piuttosto i letterati e i poeti a recepire e tradurre nel loro linguaggio le sollecitazioni provenienti dalle arti visive.

R.M.: Dietro le idee estetiche della sua ricerca si profila l'importanza dell'orientalismo e la rivalutazione della decorazione. Il postmoderno può essere giudicato una buona base per un loro vero rilancio?

R.B.: Il movimento artistico su cui ci siamo intrattenuti fino ad ora, cioè il Liberty, si autodefiniva "modernismo". Come vede, l'idea della modernità era ben presente alla fine del secolo scorso. Per quella modernità, fondamentale era la coincidenza tra decorazione e funzione; poi è parso, nel nostro secolo, che la funzione dovesse essere preminente. In questo senso il post-moderno può aver ripreso il discorso dei "modernisti" di allora: anche se mai la grande architettura razionalista è venuta meno al principio della bellezza.

R.M.: Nel suo libro Il giglio, l'iris, la rosa (Sellerio, Palermo 1988) si dice: "Poiché preme alle porte un'immagine a venire di società senza storia, la passione documentaria, la smania di catalogare, riscoprire e ricapitolare sono i modi con cui continuiamo ad offrire al futuro, in alternativa, l'idea della vita come spessore del tempo". Questo tempo futuro sarà più legato alla rivisitazione del Barocco o del Classicismo?

R.B.: Credo che il Barocco abbia sempre più credito, tenendo presente però che si tratta di una categoria vivente, in trasformazione, non di una categoria astratta. In una ipotizzata società senza storia, vale a dire in una società oltre il tempo, interesserà certamente il Barocco, per la varietà dei suoi modelli e delle sue proposte. Ma, ovviamente, riprendere il Barocco non vuol dire ripetere pedissequamente un modello; vuol dire riappropiarsi, reinventare le sue forme. La stessa cosa vale per il classicismo: si pensi alle opere architettoniche di Hans Hollein; sono neoclassiche, ma vi si individua benissimo la nostra epoca, non si può sbagliare.

R.M.: Il gusto e lo stile rétro che la sua ricerca lancia è un progetto estetico per l'invenzione artistica dei prossimi anni. Quali rapporti può avere con la moda, con la nuova socialità, con il mondo virtuale dei media?

R.B.: Devo premettere che il mio riferimento a una "società senza storia" non intendeva essere un riferimento positivo e ottimistico; era un'ipotesi, basata sulle aspettative di studiosi delle discipline più diverse, abbastanza agghiacciante per una come me che fa lo storico di professione. Ciò premesso, ritengo che un allargamento e insieme un farsi più omogeneo della sensibilità favorisca certo, nel mondo attuale e in quello a venire, il sorgere di caratterizzazioni estetiche omogenee per tutti gli eventi artistici, e oserei dire tutti gli eventi espressivi. Dalla non distinzione tra arti maggiori e minori si può passare alla non distinzione tra oggetti ed eventi artistici e no. Ciò corrisponderebbe in ultima analisi all'utopia del Bello diffuso in tutte le manifestazioni della vita, che era appunto l'utopia moderna alla fine del secolo scorso.
Per altro ogni società, anche una società senza storia, ha le sue strategie estetiche. La tendenza più vistosa mi pare quella dell'utilizzo indiscriminato e inconsapevole dei modelli storici, fenomeno che si verifica già abbastanza ai nostri giorni. Sarà un po' come la trasformazione delle lingue, che avviene per lo più attraverso fraintendimenti. La difesa del patrimonio storico è a sua volta un'utopia.

SE NE DISCUTE

di
Paolo Pagli




Un approccio alla visione matematica generale acquisita nel Novecento, inquadrato in una essenziale ricognizione storica del pensiero matematico in Occidente negli ultimi 2500 anni, lo forniva recentemente Paolo Pagli, docente di Fondamenti della Matematica all'Università degli Studi di Siena, nella Presentazione al n° 92 (ottobre 1996), Insiemi, gruppi, Strutture, della rivista "Le Scienze" Quaderni, Milano, pp. 96.
L'interesse in sé degli argomenti addotti da Pagli e gli accenni a certe sottili connessioni della visione matematica con quella estetica, hanno suggerito alla Redazione di pubblicare in questa Rubrica stralci dal testo suddetto, ringraziando l'autore della gentile concessione (a cura del Prof. Pagli, in questo numero, sono anche i Passi sul concetto di infinitesimo elencati in Così fu scritto).



«È evidente che solo una concezione ingenua, ingenua anche per i primi decenni dell'Ottocento, può considerare come oggetto della matematica i «numeri e le figure»: nuovi enti analitici, nuovi spazi e nuove configurazioni in essi sono venuti in luce, come si è detto, a partire dalla rinascita della matematica nel Cinquecento e dal rigoglioso sviluppo dei secoli successivi. Con l'emergenza del concetto di gruppo (e poco dopo, di quegli esempi iniziali che porteranno alle «algebre di Boole») si ha il caso di enti che non sono in alcun modo «parenti» dei sistemi numerici né da loro ricavati, e la cui natura, più che «intrinseca», sembra sovrastrutturale, di secondo livello. Si tratta di modi di operare su altri enti (le sostituzioni sulle radici di un'equazione che rappresentano i primi modelli di gruppi), di situazioni costruite analogicamente ma con proprietà sconcertanti dal punto di vista dei sistemi numerici (i connettivi logici visti come operazioni e, ad esempio, la loro idempotenza). Ambedue le linee procedono per tutto il secolo e nel Novecento. Il lento e faticoso chiarimento e consolidamento delle idee proposte da Galois per la teoria delle equazioni, porterà, oltre alla piena coscienza della portata dei gruppi, alla considerazione della struttura di campo e di anello nei casi familiari e in altri nuovi. Oggi sembra sconcertante che solo alla fine del secolo, con Weber, si assimili il fatto che gli interi, o i razionali o i reali, con la somma, costituiscono dei gruppi: un esempio attualmente da I corso di algebra universitario, che rivela le difficoltà, allora, di svincolarsi dall'esempio iniziale dei gruppi di sostituzioni. Si prende lentamente coscienza così del fatto che i gruppi, e gli altri sistemi ricordati, sono schemi concettuali, situazioni comuni che si ritrovano in «modelli» molto diversi, spesso dimenticando una parte delle proprietà del modello stesso; così nei casi precedenti, gli interi ecc. hanno anche il prodotto oltre alla somma: lo schema gruppale è solo una descrizione parziale, e tuttavia significativa, perché comune a sistemi così diversi.
Quello che manca per una adeguata definizione astratta di tali eventi, che sussuma tutte queste potenzialità, è l'altra grande idea innovatrice del secolo: quella di insieme.
Non si hanno, in tutto l'arco della storia della matematica altri esempi di un concetto che, nel giro di pochi decenni, sia diventato così pervasivo. Questo perché intanto gli insiemi permettono di definire in modo semplice le funzioni, e quindi il linguaggio insiemistico si diffonde per loro tramite in tutti i settori della matematica. Ma non è soltanto un processo in estensione. Attraverso gli insiemi vengono definiti i numeri naturali, con la sorpresa quindi di poter considerare «costruito» (e in maniera non aliena dall'intuizione) quello che in precedenza era considerato il concetto più semplice della matematica. Gli insiemi così diventano il vero fondamento, linguistico e ontologico, di tutti gli enti matematici. Una invasione (quasi) pacifica, svoltasi in pochi decenni e a tal punto attestata da sembrare definitiva come una legge di natura ().
Ci sono però zone d'ombre alla base del concetto di insieme. Non tanto le questioni sull'infinito sollevate all'inizio della teoria e che tanto amareggiarono Cantor. Come spesso avviene nella scienza queste sono cadute, almeno per la quasi totalità dei matematici, non per una precisa assunzione filosofica, ma a fronte della fecondità del concetto, della profondità e «bellezza» dei risultati. Ci sono poi le antinomie che emergono da un uso indiscriminato della possibilità di «raccogliere insieme» oggetti, ma anche queste, decisive in una certa ottica, sono sempre state giudicate moderatamente drammatiche da parte di chi usava gli «insiemi» concreti di enti matematici, e comunque esse furono disinnescate presto in maniera soddisfacente. Il problema vero è quello su cui si affaticò già Cantor e che Hilbert pose in apertura della sua lista di questioni irrisolte della matematica: quale sia la cardinalità del continuo. La soluzione del problema posto da Hilbert, che è stata data nel 1963 da Cohen () e gli sviluppi successivi, lasciano completamente aperta la difficoltà: noi non siamo in grado di descrivere gli insiemi abbastanza a fondo da poter decidere una questione così naturale su una delle totalità più importanti della matematica. Ma si può dire allora di «conoscere» davvero gli insiemi? Questo concetto, così naturale intuitivamente, e su cui abbiamo scelto di fondare la matematica, si è rivelato insidioso subito dopo l'inizio, a lungo elusivo e infine inesorabilmente alieno. È il «paradiso» da cui non vogliamo essere scacciati dell'ottimistico giudizio di Hilbert?
In ogni caso esso si è saldato con le tensioni precedenti emerse a partire dall'introduzione dei gruppi di sostituzioni, dei gruppi in generale, dei campi, degli anelli, delle algebre di Boole, permettendo di pervenire al concetto di struttura algebrica e di struttura in generale.
Ci sono due nomi decisivi in questo itinerario: l'olandese Bartel Leendert van der Waerden (1903-1996) e Nicolas Bourbaki.
Van der Waerden nella sua Moderne Algebra (1930), basata sulle lezioni di Emil Artin e Emmy Noether, definì e descrisse in modo unitario i concetti di gruppo, anello, corpo, come «strutture algebriche»: insiemi su cui sono definite una o più operazioni che soddisfano certe proprietà, vale a dire verificano degli assiomi specifici. Il volume ha dato origine alla forma odierna dell'algebra, sostanziata, come si vede, dallo stile insiemistico.
Ma c'è stata una ulteriore, grandiosa generalizzazione: secondo appunto l'altro «autore», Bourbaki (che in realtà () è un nome collettivo, che nasconde un gruppo di matematici) ogni ente matematico, o meglio ogni sistema di enti si può vedere come una «struttura», o una sovrapposizione di strutture che si collegano tra loro. Queste strutture sono di soli tre tipi fondamentali: algebriche come appena ricordato (insiemi su cui sono definite operazioni), d'ordine (insiemi su cui è definito un modo di ordinare gli elementi) o, infine, topologiche (insiemi tali che per ogni elemento sono definiti gli elementi vicini). Le strutture matematiche classiche, ad esempio i reali, sono una sovrapposizione di tutti e tre i tipi di struttura che si possono «sfogliare» e studiare separatamente o indagare nelle loro complesse interrelazioni.
In questo senso, ogni classe di enti matematici è costituita da un insieme di oggetti unitamente a una organizzazione degli oggetti stessi. Gli enti quindi non hanno una loro natura intrinseca, essenziale, che li individua come numeri naturali, ad esempio, o spazi di un certo tipo: i componenti ultimi sono insiemi e le caratteristiche specifiche che fanno diventare un insieme un sistema di enti piuttosto che un altro, sono date dall'organizzazione che vi sovrapponiamo, cioè dal campo di forze, costituito dagli assiomi, che descrive l'organizzazione.
Dato che le operazioni su un insieme, o l'ordine, o una «vicinanza» fra gli elementi possono a loro volta venire definiti come opportuni insiemi collegati a quello di partenza, ogni ente è un particolare insieme di insiemi.
Come vedremo più avanti -[nella parte dell'articolo qui non riportata, n. d. R.]- la visione globale di Bourbaki (e soprattutto il suo stile di proporla) non è accettato da tutti i matematici, oggi forse ancora meno di venti anni fa. Le obiezioni comunque non derivano tanto da un'articolata visione alternativa, quanto dalla mancanza di interesse per ricostruzioni generali di questo tipo ove si sia rivolti solo alla ricerca di nuovi risultati.
In ogni caso questo punto di vista sugli enti matematici, che naturalmente presuppone il pieno «controllo» del concetto di insieme, è quello che lentamente si è affermato, di fatto, nel senso che permea ovunque, in maggiore o minor misura, la trattatistica e il linguaggio matematico. È indubbiamente elegante nella sua forza e unità e profondo nella sua semplicità. Originato dalla lenta e continua evoluzione di concetti introdotti nel corso dell'Ottocento, è rimasto, almeno fino all'introduzione delle categorie, la visione matematica generale del nostro secolo».


COME SI LAVORA NELLA BIBLIOTECA
DELL' ISTITUTO WARBURG
di
Rubina Giorgi


In uno di questi ultimi giorni a Londra trascorsi a lavorare nella Biblioteca del Warburg Institute ho seguito per caso, poiché si trovavano sui miei stessi percorsi, i passi di un nuovo utente non inglese della Biblioteca, che vi arrivava visibilmente per la prima volta: in meno di trenta minuti, aveva passato il controllo alla porta, contattato nella sala di lettura il bibliotecario che gli aveva fornito le indicazioni preliminari, era salito con un assistente di biblioteca ad uno dei quattro piani che aprono i loro preziosi scaffali alla consultazione diretta del lettore tornandone con quattro o cinque volumi, aveva preso posto in sala di lettura ed era già al lavoro! Ciò dice la capacità organizzativa, il formalismo burocratico veramente minimo e la generosità organizzativa di questa Biblioteca e del suo staff, del quale è a capo dal 1990 un petrarchista, il professor Nicholas Mann.
Sono entrata, questa primavera '97, per la seconda volta al Warburg nutrendo un grande timore che le splendide agevolazioni per il lettore - in specie questa possibilità di stabilire un rapporto diretto con i volumi ai piani facendo una veloce ricognizione di ciò che serve, poi consultando le opere in loco oppure trasferendo provvisoriamente al proprio nome un certo numero di volumi in sala di lettura - fossero decadute, come sta avvenendo purtroppo in molte biblioteche d'Europa. Invece era tutto immutato, e il direttore Nicholas Mann assicura che continuerà così, solo con un controllo alla porta un po' più severo.
Altro aspetto apprezzabile è che in sala di lettura non piove sul libro e sul lettore una perpetua luce al neon; e questa primavera poi entra dalle grandi finestre una luce di sole quasi costante e il celeste sorprendente di un cielo sereno (mentre dall'Italia arrivano notizie di piogge e turbamenti), anche se da Londra non è stato, almeno ai più, possibile avvistare la cometa.
L'ora del lunch e l'ora del tè cui si può aver parte nel basamento dell'Istituto offrono agli studiosi l'occasione di scambiare e comparare diverse esperienze e condizioni di studio. Negli ultimi anni è molto cresciuto il numero di giovani studiosi postgraduates da ogni parte del mondo che, a diverso titolo, sia con borsa di studio o per conseguire un PhD o con piani individuali di lavoro tenendo presente che il Warburg Institute fa parte dell'Università di Londra, conducono esperienze di studio presso l'Istituto. Ricordo in proposito la scheda di Stefano Benassi, In visita al Warburg Institute, nel n° 6 del "Bollettino AISE", che riassume storia e consistenza della Warburg Library. Il Warburg Institute ha un sito in Internet, dal quale giovani interessati possono derivare informazioni circa le borse di studio: http://www.sas.ac.uk./warburg/ .
Ma si comprende agevolmente da questi cenni come gli spazi che l'Istituto ha a disposizione non bastino più alle sue attività e vi è in stadio avanzato un progetto di ampliamento dell'edificio attuale mediante l'aggiunta di una nuova ala. Cospicui fondi sono stati stanziati, ma ne occorrono altri, e in ciò sembra giusto rivolgere un piccolo appello pure agli studiosi italiani perché sostengano con molto o con poco una istituzione così generosa e disponibile, nonché così attenta in specie agli studi italiani, alla nostra tradizione culturale. Da notare che tra i requisiti richiesti a giovani laureati è la conoscenza di una lingua moderna, di preferenza quella italiana. Continuano a fiorire infatti gli studi sul Rinascimento italiano seguitando la tradizione degli interessi umanistico-rinascimentali dei membri illustri dell'Istituto, dal fondatore Aby Warburg a Fritz Saxl, Gertrud Bing, Frances A. Yates, Ernst H. J. Gombrich.
Ed è a Frances A. Yates che vorrei dedicare ora un ricordo, nel sempre rinnovato rimpianto di non aver fatto in tempo a conoscerla arrivando al Warburg la prima volta intorno al 1990. La sua morte è infatti avvenuta nel 1981; ma nell'aria della Biblioteca - per es. intorno agli scaffali di Raimondo Lullo intervallate da grosse cartelline vuote che rimandano all'archivio Frances A. Yates quasi che la studiosa stesse tuttora lavorando a quest'autore - è rimasta ad aleggiare come una risonanza ampia delle sue ricerche sulle arti della memoria col loro fondo esoterico e palingenetico, su Shakespeare e il probabile nesso segreto con i Rosa-Croce, su Bruno e l'ermetismo rinascimentale. Frances Yates appariva, mi hanno detto, come una piccola signora con una immensa borsa -piena evidentemente di carte di lavoro e di congetture audaci sulla storia meno appariscente o segreta della mente e dell'anima europee agli incroci dell'epoca moderna. E affascinante è il lavoro, perseguito da lei con un certo fiuto ostinato da Dame Detective, di accostamento di fili apparentemente lontani reperiti nell'Inghilterra elisabettiana, nella monarchia francese di Enrico III, nella Germania luterana e nell'Europa Orientale (nel regno illuminato di Boemia), animate da forze unificanti espresse in movimenti esoterici (Rosa-Croce, correnti alchimistiche, Fedeli d'Amore, "Giordanisti") traversanti l'intera Europa, e tesi alla liberazione dall'intolleranza cattolica e dal giogo ispano-asburgico in un progetto di renovatio imperiale nel segno della sapienza "egizia", dell'amore e della magia "buona", sposandosi qui tali fili con la propaganda bruniana di una nuova comunione con la natura, di una mistica cosmica da conquistare attraverso le arti della memoria e l'esercizio della mente alla contemplazione. Frances Yates ci mostra quanto fecondo sia il congiungersi in Bruno di religione e di immaginazione e per noi l'averlo presente. Forse l'immaginazione ermetica, che allora drammaticamente fallì per la scomparsa prematura dalla scena europea dei principali attori deputati, dovrebbe ancora una volta lavorare per l'uomo. In modo del tutto familiare -leggiamo nel suo libro Gli ultimi drammi di Shakespeare- Dame Frances passeggia lungo lo Strand meditando in compagnia di Giordano Bruno intorno a tale tematica di renovatio del mondo e dell'umanità, e le pare a un certo punto che lo stesso Shakespeare si unisca a loro Ricordo, per chiudere, che l'insigne storica ha dedicato il suo libro su Bruno e la tradizione ermetica in edizione italiana ai lettori italiani "in segno di gratitudine per i doni dell'Italia al mondo" (Londra 1969). Ma non posso, per tornare finendo alla Biblioteca Warburg, non invitare a leggere o rileggere una bellissima e calda pagina che F. Yates, nella Prefazione appunto a Bruno e la tradizione ermetica (ed. Laterza, p. 9), scrive sul modo di lavorare e sull'accoglienza nel Warburg Institute.
EZRA POUND E LE ARTI
Milano, Palazzo Bagatti Valsecchi 15 gennaio - 23 febbraio 1997
di Isabella Amaduzzi

La rassegna Ezra Pound e le Arti illustra i vivaci sodalizi di Pound con i protagonisti del clima avanguardistico europeo dei primi quarant'anni del nostro secolo, e ciò che il poeta, creatore del movimento imaginista, ha lasciato in eredità ad artisti contemporanei. Ecco allora, che accanto a lettere autografe e a vari esemplari dei Cantos, trovano spazio disegni di Picasso, Rosai, xilografie di Vlaminck e opere di Kokoschka, Picabia, Balla, Ernst e Cocteau, fotografie di Avedon, Cartier-Bresson e contributi più recenti, solo per citarne alcuni, di Giò Pomodoro, Pulini, Vedova, Wolf e Avalle.
L'irrequietezza esistenziale e la lotta contro schemi intellettualistici capaci di soffocare la vitalità dell'esperienza, portano Pound non solo a frequentare singoli aristi come Rosai e De Chirico, ma anche ad avvicinare gruppi cubisti, dadaisti; a legarsi con esponenti, come Gaudier-Brezska e Lewis, del vorticismo, quella particolare forma di reazione, tutta anglosassone, all'"establishment" pre-raffaellita, nella definizione di Sir Anthony Blunt. Alle esperienze delle avanguardie artistiche il poeta americano riconosceva la possibilità di esprimere l'inesauribile varietà e contraddittorietà del vivere. E si delinea così un percorso, che è insieme riconoscimento di intenti condivisi e affermazione dell'originalità dell'atto creativo. In questa prospettiva s'inquadra il ruolo fondamentale che, nella ricerca poetica e estetica di Pound, ebbe l'ideogramma. L'ideogramma cinese realizza in sé la coincidenza di immagine e significato, la perfetta aderenza di un'immagine alla realtà intesa come processo infinitamente dinamico.
Emerge da questa esposizione non un Pound "nuovo", ma il Pound forse più "classico": sostenitore di una concisione e concretezza del linguaggio poetico, difensore di una versificazione solo apparentemente libera, ma in realtà fondata su ritmi di studiata funzionalità. È il Pound del rapporto indissolubile tra arte e vita, in costante tensione tra antico e nuovo.

Il commento dal vivo
di
Piero de Gennaro


Dal 29 al 31 maggio si è tenuto a Torino presso la Fondazione Agnelli un convegno dal titolo "L'Occidente della verità", organizzato dal Goethe-Institut, dal Dipartimento di discipline filosofiche dell'Università di Torino (in collegamento con i Dipartimenti di Milano e di Udine), e dal Centro di studi filosofico-religiosi "Luigi Pareyson". Tema proposto era "l'identità della cultura europea-occidentale nelle sue connessioni con l'idea di verità". Abbiamo chiesto a Piero de Gennaro un commento al convegno con particolare riferimento alle relazioni di argomento estetico.

Le quattro sessioni, affidate ciascuna ad un relatore (Bernhard Casper, Wolfgang Welsch, Dietrich von Engelhardt, Hans Michael Baumgartner) e ad uno italiano (Marco Olivetti, Gianni Carchia, Paolo Rossi, Gianni Vattimo), erano dedicate rispettivamente alla religione, all'arte, alla scienza e alla filosofia. In questa quarta sessione il tema è stato affrontato -con le relazioni di Baumgartner su "L'Europa come tema e come sfida per la filosofia" e di Vattimo su "Il filosofo responsabile"- nel modo più diretto e articolato, più forse di quanto non sia avvenuto nella sessione finale, una tavola rotonda dal titolo "Verità e identità dell'Europa" in cui Claudio Ciancio, Sergio Givone, Diego Marconi, Francesco Moisio, Mario Ruggenini e Carlo Sini, con interventi a margine da parte degli ospiti tedeschi, hanno messo a confronto le loro prospettive sull'idea di verità più che non sulla (invero sfuggente) identità occidentale.
Con il titolo "Filosofia dell'arte - arte della filosofia" (in cui i genitivi hanno senso soggettivo) Carchia ha voluto anticipare l'idea di un rapporto speculare, di parità e reciproca implicazione, tra arte e filosofia. Lo spunto contingente era la reazione polemica verso il libro di Martha Nussbaum Love's Knowledge. Essays on Philosophy and Literature (con i suoi 'esiti censori' nei confronti delle opere letterarie che si sottraggano a concettualizzazioni con valore politico o morale), ma Carchia è in posizione critica verso tutta l'odierna tendenza a dissolvere la filosofia in narrazione, in letteratura ("il finto tramonto postmoderno della filosofia in una poesia che è poi in sostanza intesa come retorica"), tendenza che è in realtà erede della subordinazione idealistica dell'arte alla filosofia attuata attraverso la riflessione estetica. Postulato di quella concezione, dominante nella modernità, in cui la filosofia si appoggia alla poesia per vivificarsi, è l'anteriorità e quindi inferiorità del mythos rispetto al logos. Carchia vede una possibilità di fuoriuscita da questa impostazione che svuota l'arte di ciò che le è proprio, attraverso il recupero di quel rapporto di parità e reciproca connessione che già veniva indicata in età premoderna da pensatori come Platone, Aristotele o Tommaso, e di cui individua spunti di ripresa in Gentile e in Husserl (di costui Carchia cita una bellissima pagina della Erste Philosophie, in Husserliana VIII, pp. 14-15). Arte e filosofia costituiscono un chiasma: c'è un pensiero che è proprio dell'arte e c'è un poiein che è proprio del pensiero. "È il nucleo poetico della filosofia, la bellezza, a svelare la verità, mentre è il nucleo filosofico della poesia, la verità, a esprimerne la bellezza". C'è dunque una sorta di dialettica attraverso gli estremi (solo nell'altro avviene l'affermazione di sé).
Prima di concludere con una notazione sull'"enigmatico e inestricabile gioco di pieghe e di avvolgimento nel quale il chiasma stesso si risolve" (che gli consente di citare come explicit la sentenza di Tommaso "La ragione per cui il filosofo viene paragonato al poeta è che entrambi hanno a che fare con lo stupore"), Carchia articola ulteriormente la sua posizione suggerendo tra l'altro che più illuminante che il raffronto della filosofia con la letteratura o con la poesia è quello con la musica nella sua mancanza di rappresentatività e nel suo costitutivo fluire poiché "la verità del legein è in questa arte del collegare, dell'unire, dello scegliere, arte del significare che antecede ogni predicazione e che individua la filosofia come una vera e propria arte della musica, se è vero ciò che di questa ha detto Adorno, che essa è "la logica della sintesi non giudicante".
Con queste osservazioni la relazione di Carchia offriva un opportuno quanto non concordato aggancio alla relazione di Wolfgang Welsch (docente di Estetica all'Università di Magdeburg) intitolata "Musik und Wahrheit". Welsch ha precisato di affrontare per la prima volta questo nesso e che il suo contributo voleva essere soltanto un 'catalogo' dei modi in cui si può parlare di una verità della musica (ma lasciava anche intravedere un intento ben più impegnativo: quello di aiutare la filosofia a ricuperare significati di "verità" più ampi e fecondi di quello che si attribuisce alla proposizione assertiva). Se si intende la verità come adaequatio possiamo dire che la musica contiene elementi di verità se (ma questo è banale) imita suoni del mondo (per esempio il canto degli uccelli, da Vivaldi a Messiaen) o se in qualche modo imita e esprime stati d'animo (per esempio serenità o inquietudine). Se invece si intende per verità la coerenza interna, possiamo dire che la coerenza, la conclusività, è elemento di verità, forse di validità, dell'opera musicale. In tutti questi casi, tuttavia, ci si limita a considerare elementi non centrali della musica extramusicali nella concezione mimetica, scissi da ogni riferimento alla fruizione (che è sempre condizionata da fattori storici e soggettivi) nella concezione puramente formale. Welsch non nasconde il suo interesse per un'altra prospettiva: quella (in cui emerge l'eredità adorniana) che vede il momento di verità - anzi di veridicità (Wahrhaftigkeit) - della musica (della 'grande musica') nella sua capacità di elevazione, nel suo far intuire una realtà più alta e pura che ci svela quanto carente e inautentica sia la realtà empirica e quotidiana. In quanto allude a quella realtà altra, la musica può essere portatrice di un imperativo (di negazione e superamento), un appello a tendere verso possibilità che si schiudono. Entro questo ambito può infine esser detta veritiera anche una musica che sappia renderci chiari, articolandoli, i contorni del presente nelle sue tendenze e promesse, un valore di contemporaneità che, ancora, sembra essere non già mimesi di una realtà storicamente data ma piuttosto allusione allo schiudersi di un novum.
Una fondazione pilota a Lanzarote (Canarie)
di Rossana Buono



A Lanzarote (una delle più belle isole delle Canarie) è stato realizzato da circa trent'anni un progetto territoriale di sviluppo controllato che concilia le esigenze del vivere modernamente con il rispetto della natura. Questa integrazione tra ambiente e uomo secondo principi che perseguono una educazione estetica globale è l'utopia concreta attuata da un artista spagnolo di fama internazionale, nato nell'isola, César Manrique (1919-1992). A lui è dedicata una Fondazione che conserva le sue opere di pittura e scultura e la biblioteca specializzata sulle tematiche di arte con la natura e, più che altro, vigila sulla conservazione delle sue creazioni nella natura in Lanzarote promuovendo un'attività di ricerca e applicazione sull'ecosistema del luogo e un dibattito culturale con iniziative articolate di conferenze.
L'equilibrio molto armonioso tra architettura e paesaggio deriva dalla correlazione degli elementi costruttivi della tradizione (case basse, terrazzate, bianche, con pietre d'angolo a vista) con la vegetazione tipica (cactus, piante grasse, rampicanti) molto concentrata a ridosso dell'edilizia e della conservazione di intere aree deserte vulcaniche.
L'UNESCO ha dichiarato, così, l'isola di Lanzarote "area protetta".
È, dunque, il risultato di un approccio particolare ai problemi della valorizzazione dell'ambiente pensato come "opera d'arte totale" voluto da un artista come César Manrique che con grande intuito e precocità ha saputo convogliare i flussi turistici verso mete di moderna integrazione tra arte, cultura e natura.
In questo raro scenario dall'orizzonte lungo, animato dalla presenza gioiosa delle sue gigantesche sculture poste all'incrocio delle grandi vie, Manrique ha creato un percorso speciale che si snoda in varie zone dell'isola affinché la natura possa manifestarsi nella sua intera bellezza come protagonista assoluta di una esperienza estetica.
I punti essenziali della visita passano per lo Jameos del Agua (1965): un luogo sotterraneo rivitalizzato dalla crescita di molte specie di piante e una suggestiva spaziosa grotta naturale adattata ad auditorium; per il Mirador del Rio (1973): un belvedere sapientemente inserito nelle alte pareti rocciose che incombe sul mare permettendo una veduta molto ampia del panorama; per il Jardin de Cactus (1990): un esempio di trasformazione di una discarica di rifiuti in un museo floreale di tutte le specie di cactus esistenti al mondo collocate su gradoni concentrici secondo un articolato percorso di visita.

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