La scheda firmata dall'autore

M. Merleau-Ponty, La Natura. Lezioni al Collège de France 1956-1960, a cura di M. Carbone;, tr. it. di M. Mazzocut-Mis e F. Sossi, Raffaello Cortina editore, Milano 1996, pp. 406, £. 58.000.



Al momento della sua morte improvvisa e prematura, nel 1961, da alcuni anni Merleau-Ponty era impegnato a ripensare alla radice l'idea di Natura all'interno del pensiero occidentale, anzitutto attraverso i corsi tenuti al Collège de France. Su tale tema egli aveva infatti concentrato entrambi quelli del 1956-57 - unico titolo: "Il concetto di Natura" - nonché del 1957-58 - che dei precedenti si dichiaravano il "seguito", focalizzato su "l'animalità, il corpo umano, passaggio alla cultura" - cui si aggiunse nel 1959-60 l'ultimo portato a termine: "Natura e logos: il corpo umano".
Per lungo tempo, di questi come degli altri suoi corsi al Collège de France sono stati disponibili pressoché solo i resoconti da lui stesso preparati (poi raccolti in libro e tradotti in italiano nel volume Linguaggio Storia Natura, Bompiani, Milano 1995): testi senz'altro fondamentali, ma necessariamente brevi e quindi tali da non fornire che il filo conduttore dell'impegno di pensiero profuso nelle lezioni.
Per quelle sulla Natura, però, a colmare tale lacuna - in modo certo parziale, ma comunque preziosissimo - è giunto poi il ritrovamento degli appunti che anonimi uditori presero durante i primi due corsi e che, giudicati particolarmente attendibili, insieme con le note stilate dal filosofo stesso in preparazione del terzo sono stati editi nel 1995 in Francia e subito dopo in Italia.
La loro pubblicazione offre il documento di un pensiero che si elabora confrontandosi da un lato con la riflessione che alla Natura la filosofia non ha smesso di dedicare nel corso della sua storia, dall'altro con l'"idea di Natura" che emerge dalle ricerche della scienza contemporanea.
Sul primo versante, quel confronto tocca inizialmente Aristotele e gli stoici, poi si concentra sulla riflessione moderna, inseguendovi una linea di pensiero che diverge dalla concezione dominante della Natura come Oggetto assoluto e che tuttavia viene rintracciata in certe pagine dello stesso Cartesio e di Kant, quindi vista attraversare Schelling, toccare Bergson e trovare infine in Husserl il diretto antecedente di Merleau-Ponty stesso.
Sul secondo versante, il confronto si esercita dapprima con la meccanica quantistica e si rivolge poi all'ambito biologico, misurandosi in particolare con la "biologia teoretica" di von Uexküll e con l'etologia, da cui trova descritto il sorgere nell'animalità di quell'attività simbolica su cui può innestarsi il passaggio al mondo umano.
Su entrambi i versanti, la ricerca di Merleau-Ponty risulta al contempo un tentativo di autocomprensione del proprio disegno filosofico, sulle cui ambizioni parlano la vastità degli ambiti indagati e la profondità dell'indagine condotta. Nell'una come nell'altra direzione, infatti, egli cerca di rinvenire le tracce di quel "pensiero fondamentale" dove a suo avviso opera la nuova ontologia - il mutato rapporto fra l'uomo e l'Essere - cui egli si sforza di dare una più precisa formulazione filosofica.È dunque in tale prospettiva ontologica che l'attenzione privilegiata per il tema della Natura trova motivo. Ciò malgrado, quell'attenzione mantiene - rispetto tanto allo scientismo quanto all'ontologismo antiscientifico - un equilibrio critico che va ad aumentare i motivi d'interesse di questo testo.
Mauro Carbone



M. Negrotti, L'osservazione musicale: l'artificiale fra soggetto e oggetto, Collana 'La Cultura dell'Artificiale', Franco Angeli, Milano, 1996, pp. 120, £ 42000, con allegato un compact disc che include musiche di Vivaldi e Couperin eseguite dall'Ensemble Guidantus e corredato da effetti elettronici introduttivi.



L'osservazione musicale propone un accostamento alla musica che, senza volersi porre come risolutivo, cerca di stimolare riflessioni sulla natura di questa fenomenologia traendo spunto da una prospettiva di ricerca apparentemente molto lontana, quella sul concetto di artificiale.
In estrema sintesi, la teoria dell'artificiale (TA) sostiene che:

1. l'uomo, nel fare tecnologia, è motivato da due attitudini alternative che, nella storia, si susseguono incessantemente: l'una inventiva (tecnologia convenzionale) l'altra imitativa e riproduttiva (tecnologia dell'artificiale);
2. l'artificiale si definisce sulla scorta di due condizioni, una necessaria (che sia generato dall'uomo) e una sufficiente (che intenda riprodurre qualcosa di esistente in natura) e di un assunto: l'artificiale deve essere costituito da materiali e procedure diversi da quelli adottati dalla natura - in pratica essi sono quelli della tecnologia convenzionale;
3. la genesi di un oggetto artificiale prevede la selezione di: un livello di osservazione (attraverso il quale l'artificialista osserva il mondo), un esemplare (l'oggetto naturale da riprodurre) e una prestazione essenziale (la caratteristica che l'artificialista ritiene peculiare, imprescindibile, perchè l'esemplare sia tale);
4. il risultato dei tre momenti selettivi, è la formazione di rappresentazioni mentali - più o meno condivise dalla cultura - che costituiranno la base descrittiva per l'impresa riproduttiva;
5. per le ragioni selettive e di eterogeneità sopra mezionate, ogni artificiale tende a trasfigurare l'esemplare e le sue prestazioni generando effetti collaterali (side effects) e improvvisi (sudden events).

Ora, per analogia,

6. la comunicazione é il tentativo di riprodurre nella mente di un interlocutore propri esemplari e prestazioni mentali, descritti e rappresentati ad un certo livello di auto-osservazione, sotto il vincolo della loro trasduzione in materiali e procedure (il linguaggio) diversi da quelli che costituiscono gli stati mentali;
7. la comunicazione genera, attraverso la trasfigurazione che l'accompagna, ambiguità, equivoco, side effects e sudden events associativi: la cosa riguarda massimamente la comunicazione di stati mentali ad alto contenuto conoscitivo, quali le rappresentazioni dell'esperienza soggettiva, gli "stati dell'animo", ecc.;
8. tutte le arti, assumono la trasfigurazione come obiettivo e non la subiscono come puro limite; l'artista non intende riprodurre (comunicare) i propri esemplari e le proprie prestazioni essenziali, ossia le loro rappresentazioni, in quanto tali. Il prodotto artistico è un artificiale in cui gli esemplari e le prestazioni svolgono solo il ruolo di spunti iniziali, elementi di raccordo percettivo col mondo, che vengono trascesi dalla forma linguistica che diviene la materia stessa del comunicare;
9. la musica possiede lo statuto più originale poichè, se da un lato è certamente - nella misura in cui lo sono tutte le arti - comunicazione e quindi riproduzione di qualcosa, dall'altro la trasfigurazione sembra, in essa, operare più drasticamente e, per così dire, fin dall'inizio;
10. per abduzione, possiamo dunque ritenere che gli esemplari e le prestazioni essenziali rappresentati nella mente del compositore, provengano da una base percettiva sui generis e che, per essi, il 'raccordo col mondo' valga molto meno di quanto vale per il poeta o il pittore, l'autore di teatro o lo scultore: da qui la sua più volte sottolineata a-semanticità;
11. il compositore genera la riproduzione artificiale di entità mentali largamente dominate dalla 'tecnologia convenzionale': la grammatica e la sintassi musicale. Egli percepisce e descrive il mondo ponendosi ad un livello di osservazione già musicale fin dall'inizio che consente una 'visione' autonoma perfino rispetto ai sensi fisiologici;

Come è noto, Albert Schweitzer si riferiva alla musica di Bach definendola "simbolismo visivo" e Goethe parlava dell'architettura come "musica pietrificata". Il fatto è che le immagini che la musica evoca, come già aveva notato Wackenroder, provengono da 'correnti' che scorrono nell'anima umana e che la stessa parola non può descrivere, poiché "...si serve di un materiale a questa estraneo...", mentre la musica "...ci fa scorrere davanti agli occhi la corrente stessa."

Massimo Negrotti


Allì Caracciolo, Storia segreta di Filippo Salviati galileista in Firenze negli anni della Controriforma, La Città del Sole, Napoli 1977.



È uno studio di carattere microstorico, incentrato sulla figura di Filippo Salviati, filosofo e matematico, protettore e compagno di ricerca di Galilei nei primi anni fiorentini, dopo il trasferimento da Padova, uno degli interlocutori del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo e dei Discorsi sopra due nuove scienze.
Il libro si fonda sulla scoperta di molti documenti inediti e ricostruisce gli ultimi cinque anni della vita di Salviati (1609-1614). Essi coincidono con il periodo più intenso del sodalizio galileiano. Tuttavia non quest'ultimo è l'argomento principale dei documenti prodotti, bensì un oscuro nodo di avvenimenti che deciderà in qualche modo anche della sua prematura fine: morì lontano dalla patria, in Spagna, a 31 anni.
I documenti che vengono editi costituiscono essi stessi la tessitura dell'opera: dall'analisi condotta su ciascuno di essi emergono sia le pieghe più riposte di ogni testo, che la rete di relazioni con la società del tempo di Cosimo II, un granduca poco presente nella storiografia medicea e in forte relazione con la Curia romana.
Emerge soprattutto la storia di un uomo, Filippo Salviati, che si trovò alla confluenza di due visioni del mondo e seppe coglierne con agilità di pensiero e di scelte, la spinta in avanti, ma che fu anche avversato da una inimicizia mortale determinata a distruggerlo. Pur legata a vicende personali, essa non è forse estranea, ad un certo momento, alla grossa macchina delle trame antigalileiane.
Una storia "segreta", in più sensi messi in luce dalla ricerca storica e dall'analisi dei documenti. Molti sono stati gli ambiti e le discipline coinvolte: linguistica, semantica, testologia e narratologia, grammatica e pragmatica, ed in particolare l'antropologia storica e le scienze, come la prossemica, utili alla indagine della cultura materiale.

Allì Caracciolo


Paolo D'Angelo, L'estetica italiana del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. VII + 332, £. 35.000.



Non è soltanto l'approssimarsi della fine del secolo che invita a tracciare un bilancio complessivo dell'estetica del nostro Novecento. Anche ad una prima ricognizione, infatti, il panorama dell'estetica si presenta nel nostro paese particolarmente ricco e animato lungo tutto il corso dei quasi cento anni ormai trascorsi, e non solo per la forza propulsiva esercitata nel primo cinquantennio dalla filosofia crociana, e per l'inconsueta risonanza internazionale che quest'ultima seppe conquistarsi. Almeno altre due motivazioni, certamente più intrinseche, fanno sperare fruttuosa la ricerca. La prima concerne lo stretto rapporto che l'estetica ha avuto, in Italia, con la concreta pratica critica, e dunque con la vita artistica: la volontà di dotarsi di un'attrezzatura teorica e l'autoconsapevolezza metodologica sono state a lungo in Italia un tratto specifico di molti critici non solo letterari, ma anche dell'arte figurativa e musicale. L'altra riguarda la peculiare relazione che è stata sempre intrattenuta dall'estetica con la filosofia in genere: l'estetica nel nostro Novecento si è quasi sempre autocompresa come inseparabile dalla filosofia tout-court, e come facente integralmente corpo con essa.
Certamente, gli orientamenti emersi nel corso degli anni Sessanta, la voga delle metodologie strutturali e la semiotica sono parse mettere in crisi l'estetica, e decretarne la fine neppure troppo gloriosa. Ma gli anni trascorsi dalla 'rivoluzione' semiotica consentono ormai una lettura diversa. L'estetica filosofica è tornata, a partire dagli anni Ottanta, a svolgere un ruolo significativo, e, ancora una volta, in un duplice senso: per un verso, essa si è fatta carico di recepire e discutere i nuovi orientamenti provenienti dall'estero, e di fronte ai quali la 'nuova' critica si è invece chiusa senza ritenere affatto necessaria una discussione; per un altro, essa si è riproposta consapevolmente non tanto come filosofia dell'arte, quanto come ripresa della filosofia senza specificazioni: non è eccessivo notare che proprio attraverso l'estetica sono passati alcuni dei momenti più vivaci del dibattito teoretico più recente.
Il volume L'estetica italiana del Novecento intende presentarsi come un bilancio almeno tendenzialmente esaustivo, che va dalle crociane Tesi di Estetica che coincidono con l'anno che dà l'avvio al secolo fino agli autori e alle correnti più recenti (gli ultimi titoli presi in esame sono quelli di testi apparsi l'anno passato). La prima parte del volume, L'età dell'idealismo, dedica ampio spazio non solo alle estetiche di Croce e Gentile (ricostruite seguendo passo per passo la loro evoluzione), ma anche a quella di autori estranei o avversi alla temperie neo-idealistica (da Michelstaedter a Rensi, da Pirandello ai Futuristi, da Borgese a Baratono a Banfi). La seconda parte, intitolata Dopo l'idealismo, è articolata a sua volta in tre capitoli: il primo prende in esame i protagonisti del rinnovamento post-crociano (Anceschi, Formaggio, Dorfles, Morpurgo, Pareyson, Brandi, Calogero, della Volpe), il secondo traccia un bilancio critico dell'estetica strutturale e semiotica (discutendo Segre, Corti, Eco, e molti altri); il terzo infine getta uno sguardo sulle tendenze emerse con la crisi degli orientamenti scientisti nella critica. Completa il volume un'ampia bibliografia, pensata esplicitamente come guida ragionata per ulteriori approfondimenti, e quindi diretta soprattutto agli studenti come suggerimento per ulteriori letture.

Paolo D'Angelo



Leonardo V. Distaso, Attraverso Wittgenstein. Studi per un'estetica wittgensteiniana, Pagano Editore, Napoli 1997, pp. 188, £ 35.000.


A rigore un'estetica di Wittgenstein non c'è. Il libro cerca, in qualche modo, di trovarne le tracce, nascoste tra le pieghe di un pensiero che sembra occuparsi di altro. In tal senso si è attraversata la sua opera alla ricerca di quella che si può definire «la principale attitudine o disposizione filosofica» del Viennese: la capacità di non arrendersi di fronte al problema e, anzi, di tenerlo continuamente presente allo sguardo, di vederlo sotto aspetti diversi, di penetrarlo fino a ritrovarlo modificato, e tuttavia sempre lo stesso, ostinato, ossessivo, incalzante.
In breve, in questo libro si è cercato di gettare luce sulla determinazione che Wittgenstein ha messo nel rischiare, in generale, la comprensione, nonostante il fatto che, ciò che egli di volta in volta andava comprendendo, sfuggisse nello stesso tempo ai suoi occhi, così come ai nostri, per andare a eclissarsi in una zona d'ombra in cui permanere sotto condizioni diverse. Da qui l'implicita conseguenza a prendere in considerazione il nostro essenziale stare-lì, nel mezzo tra luce e ombra, proprio attraverso il sottrarsi, all'interno del compreso, di ciò che lo eccede.
Wittgenstein, per tutta la sua vita, si è interrogato su cosa voglia dire «pensare» e «comprendere», e lo ha fatto non istituendo una teoria del pensiero o della comprensione, ma, propriamente, pensando-e-comprendendo-qualcosa guardando, nello stesso tempo, questo pensare-e-comprendere nel suo determinarsi concreto. Egli, insomma, guardava-attraverso ciò che è più prossimo e che, in qualche modo, ci sembra proprio di non comprendere: il 'fatto' che «si guarda» e «si comprende». Wittgenstein sapeva che questo è ciò che dobbiamo comprendere, anche se non avremo mai modo di fondarne la legittimità o pensare di giungere a un livello definitivo di comprensione.
La differenza tra noi e il mondo non può essere superata, nè tantomeno conciliata secondo i canoni di un'appropriazione dell'alterità con conseguente riempimento dello scarto. Si tratta, allora, di tematizzare questa differenza nel suo essere tale, nè più nè meno che per se stessa. E nel far ciò, essere consapevoli che è possibile soltanto una visione sempre parziale, inevitabilmente finita, talvolta anche imprecisa della realtà, ma una visione che porta con sè il ricordo di una totalità sottratta proprio in virtù dell'emergere concreto di quel comprendere determinato. L'estetica si figura, grazie a questa dinamica, come quell'ambito della riflessione filosofica in cui tale questione corre fino in fondo il rischio d'insensatezza che la mina dall'interno e, nel far ciò, getta luce su noi stessi richiamandoci al nostro dovere.

Leonardo V. Distaso



M. Scotini - L. Vecere (a cura di), Dopopaesaggio. Figure e misure del giardino, Associazione Culturale Castello di Santa Maria Novella, 1997, £ 30000



Estetica ambientale, geofilosofia, estetica della natura da qualche anno si impongono come momento prioritario alla cultura occidentale, attraverso seminari, convegni, pubblicazioni. Un'accezione peculiare per affrontare il problema oltre i limiti del dibattito teorico è - senza dubbio - quella di spostare l'accento, disporsi all'ascolto di un theorein operativo come quello dell'esperienza artistica: delle condizioni attuali che informano, o ancora consentono di fenomenizzare il rapporto natura-cultura. Proprio questo è stato l'assunto da cui ha preso le mosse la serie di incontri annuali Dopopaesaggio. Figure e misure dal giardino, presso il Castello di S. Maria Novella a Certaldo, per la cura di chi scrive e di Laura Vecere, con il coordinamento di Claudia Paludetto. Il progetto, che restringe significativamente il proprio orizzonte ad una figura soltanto del rapporto antropico con la natura, perché densa semanticamente, troverà il necessario compimento con la realizzazione di più giardini sulle pendici del Castello sede dei convegni e nei territori dell'antica Certaldo. Il progetto verrebbe così ad inserirsi in un circuito europeo e internazionale dove affiorano già importanti presenze: dal Jardin Cartier a Parigi al Black Garden a Nordhorn, a Little Sparta in Scozia, al Giardino all'italiana a Basilea, al Giardino delle sette fontane a Tokyo. Del primo convegno, tenuto nel febbraio 1996 con estetologi, comparatisti, studiosi di teologia come Grazia Marchianò, Antonio Prete, Massimo Venturi Ferriolo, Marco Vannini, e -oltre a poeti, critici- con artisti come Giulio Paolini, Marco Bagnoli, Jan Vercruysse, Hidetoshi Nagasawa, Remo Salvadori, Renato Ranaldi, sono appena usciti gli Atti presso l'editore Maschietto & Musolino. Il prossimo incontro si annuncia per il 24 maggio e si articola in due momenti: la presenza di segni evocativi disseminati nel parco del Castello, vere e proprie opere di natura pre-testuale, e un dibattito con artisti europei, tra cui Irene Fortuyn, Heather Ackroyd e Daniel Harvey, critici e specialisti: storici del giardino, botanici, architetti, etc.
Marco Scotini



Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Mimesis, Milano 1997.



Proseguendo la linea dell'indagine geofilosofica avviata nei volumi collettivi Geofilosofia (Lyasis, Sondrio 1996) e Appartenenza e località: l'uomo e il territorio (SEB, Milano 1996), questo volume è dedicato a una riflessione sul paesaggio, volta a dare nuova e necessaria incisività alla tematizzazione estetica mediante l'apporto di approcci disciplinari differenti (in primo luogo la geografia e la fisiognomica dei paesaggi). La ricerca muove dal problema filosofico della salvaguardia dell'identità plurale e differenziata dei luoghi della terra, confrontati con la crescente omologazione della tecnica, e dunque nell'orizzonte del nichilismo come sfida epocale.
Il libro si interroga sulla possibilità di aprire, nella deterritorializzazione contemporanea - che investe tutti gli aspetti della nostra vita - un discorso geosimbolico che, ricomponendo in prospettiva inedita estetica, geografia e filosofia e archeologia, pensi il paesaggio non tanto come una collezione ideale di scorci o la quintessenza di una bellezza naturale sempre più insidiata, ma come il palinsesto sedimentato e complesso della nostra identità culturale, luogo del nostro abitare sulla terra.
Nella convinzione che molte aporie e insufficienze del discorso di tutela dei beni artistici e ambientali derivino da una mancata riflessione sui modelli teorici dell'approccio ecologico o conservativo, il libro propone un approccio plurale al paesaggio, visto come inscindibile unità di significati simbolici, culturali e identitari: innanzitutto dunque luogo dell'abitare, cifra del rapporto con la terra, prima ancora che occasione di godimento estetico.

Luisa Bonesio

ORIENTE / OCCIDENTE


Prendendo spunto dal tema della Pacific Rim Conference di estetica transculturale, svoltasi all'Università di Sydney (18-20 giugno 1997), la rubrica è dedicata alla transculturalità nella ricerca estetica contemporanea. Contiene un commento di G. Marchianò sul convegno australiano.

Promossa dalle Associazioni di estetica australiana e neo-zelandese (in sigla ANZALA), in collaborazione con la British Society of Aesthetics e l'AISE, la Pacific Rim Conference di estetica transculturale all'Università di Sidney (18-20 giugno 1997), è stata geograficamente e culturalmente una riunione 'di frontiera' agli antipodi dell'Europa, in un mondo di retaggi remoti ma anche di incoraggianti prospettive nelle aree che per la politica accademica pan-europea sembrerebbe, invece, voler deprimere a vantaggio dei più lucrosi investimenti nella ricerca applicata. Tra le mura ottocentesche dell'Università statale di Sydney (uno dei sei atenei che annovera una città di proporzioni non colossali, adagiata su un bel golfo dal clima mite e dagli splendidi e spaesanti giardini botanici), la filosofia e l'estetica teorica hanno un seguito di studenti ragguardevole e un corpo docente che si riconosce australiano proprio in quanto multietnico e poliglotta, intriso di apporti anglosassoni ma anche asiatici, con studiosi a loro agio nella filosofia cinese e giapponese classica e moderna non meno che in quella anglo-americana e continentale europea. Nel campo dell'estetica applicata, l'arte straordinaria delle culture indigene australi, ha reso fiorente la branca dell'etnoestetica, coltivata anche da studiosi aborigeni com'è il caso di Djon Mundine, curatore della sezione di arte aborigena del Museo municipale, presente al convegno con una relazione in chiave vivacemente 'politica'. L'iniziativa, a cura di Eugenio Benitez, di versare in un disco (Macintosh) i testi delle relazioni (l'indice è in "Recenti pubblicazioni"), ha permesso agli intervenuti di disporre seduta stante dell'intero materiale, col vantaggio di tenere il dibattito a un più alto livello di ricezione critica. Tra i partecipanti di spicco: Eliot Deutsch, figura di punta dello East-West Centre dell'Università di Hawai'i, Honolulu (la sua opera più recente è Essays on the Nature of Art, State Un. of New York Press 1996); Julius M. Moravcsik di Stanford, che ha presentato la transculturalità filosofica in una prospettiva storica americana; Du Ruiqing, pro-Rettore dell'Università per stranieri di Xian e Hou Weirui dell'Università Internazionale di Shanghai. Quest'ultimo ha tenuto, in perfetto inglese, una brillante lezione sulla traducibilità delle metafore poetiche nella poesia classica cinese e pre-moderna europea. Tra gli studiosi locali, i nipponisti Leith D. Morton e John Clark, autore della prima traduzione inglese del trattato di Kuki Shûzô, La struttura dell'iki (preceduta, però, dalla versione italiana presso Adelphi); Sakuko Matsui, collaboratrice di Clark nel lavoro su Kuki, e Yasuko Claremont, traduttrice del racconto di Tanizaki, A Cat, Shôzô and Two Women (Wild Peony, New South Wales 1988); l'etnoestetologo G.W. Trompf, che lavora nell'area della Nuova Guinea, e, naturalmente, Catherine Runcie, presidente della locale associazione di estetica e letteratura, anima e dinamo del Convegno.
Nella risoluzione finale, si è accolta l'istanza unanime dei convegnisti di incoraggiare la transculturalità nei campi rispettivi di ricerca e insegnamento, e di programmare incontri periodici dello stesso tipo nell'area australe, ma anche a migliaia di miglia lontano, tra Xian e Shangai.
(G. Marchianò)

Così fu scritto
Passi e sentenze
(a cura di Paolo Pagli)

Sull'infinitesimo





"Punctum vero est cuius pars nihili est".
(Marziano Capella, De Nunptiis Philologiae et Mercurii, Lib. VI)


"Punctum est cuius pars nulla est".
(Cassiodoro, Institutiones)


"Punctus est illud cui pars non est".
(Adelardo di Bath, [Adelardo III], sec. XIII).


"Punctus est cui pars non est".
(Gerardo da Cremona, sec. XIII).


"Punctum est quod partem non habet".
(Alberto Magno, Primum Euclidis cum commento Alberti).


"Punctus: est cuius pars non est".
(Ermanno di Carinzia, Parigi, Bibliothèque Nationale, Codice Lat. 16646, sec. XIII).


"Punctum vero est cuius pars nulla est".
(Boezio-Adelardo, sec. XIII)


"Punctum vero est cuius nulla pars est".
(Boezio-Adelardo, sec. XIII)


"Punctus est cuius nulla pars est".
(Anonimo, sec. XIII).


"El ponto è del qual non è parte".
(Anonimo, [Volgarizzazione di Euclide], Siena, Biblioteca degl'Intronati, Codice: L.IV.17, sec. XV).


"Punto è indivisibile".
(Anonimo, sec. XV).


"Il ponto è quello che non ha (o no è) parte".
(Giovanni Sfortunati, Nuovo Lume, Vinegia, 1534).


"Il punto in mathematica è quello che non si puo diuidere".
(Nicolò Tartaglia, 1541).


"Il punto è quello che non ha parte o vero che non ha grandezza".
(Anonimo, Gli Elementi di Euclide Libri 6, 1668, Firenze, Biblioteca Nazionale, Codice: Magl.XI.13).


"Punto è ciò che non ha parti".
(Attilio Frajese, Lamberto Maccioni, Gli Elementi d'Euclide, UTET, Torino 1970).

Estetica