13.     J. J. Sanguineti ha riflettuto sulla possibilita' di arrivare a porsi la questione di Dio a partire dalle piu' recenti dottrine cosmologiche, riprendendo, in particolare, l'interrogativo di Hawking "perche' l'universo si da' la pena di esistere", nel quale si condensa a suo avviso la vera e propria domanda filosofica sull'origine dell'universo che i cosmologi (definiti come "i nuovi presocratici del nostro tempo") non trascurano oggi di porsi. Se dunque la cosmologia contemporanea non si limita a riflettere sul piano fisico, ma, riguadagnando un'attenzione per questioni filosofiche e teologiche, si pone anche interrogativi come quello sull'esistenza dell'universo, significa che ha raggiunto una maggiore flessibilita' e maturita' epistemologica. Non si deve credere, tuttavia, che quest'apertura a tematiche tipiche del sapere teologico apporti solo vantaggi e non anche danni, come accade quando la ricerca di un senso extra-scientifico (il perche' della realta' fisica) si coniuga in metodo anti-scientifico; e' il caso, ad esempio, di coloro che si rifiutano di accettare il Big Bang perche' viola il loro conclamato ateismo. Con questo pero' Sanguineti non intende certo sostenere che la teoria cosmologica del Big Bang debba essere assunta come conferma scientifica della Creazione divina, che rimane questione metafisica; il fatto e', invece, - egli conclude - che la stessa cosmologia puo' comunque aprire il campo entro cui simili domande possano essere poste senza ingenuita'. I cosmologi, in altri termini, possono gia' all'interno della propria epistemologia formulare un discorso che rende problematica la convinzione che l'universo si possa spiegare da solo, senza riferimento a un principio trascendente.

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