Sulla psicogenesi dello scrupolo
Attualita' di un classico: Jacques-Joseph Duguet
Il Trattato degli scrupoli, loro cause, loro specie, loro effetti dannosi, loro rimedi generali e particolari (1718) di Jacques-Joseph Duguet, un classico in materia a suo tempo, giaceva ormai dimenticato praticamente da due secoli. E' dovuta alla fine sensibilita' di Domenico Bosco la sua recentissima riedizione(1), nell’originale e con traduzione a fronte, introduzione e commento critico. Chissa' con quale occhio l’avrebbero guardato, se l’avessero conosciuto, i celebri pioneri della psichiatria dinamica (Charcot, Janet, Freud, Jung …); chissa' se anch’essi – come e' capitato a noi – vi avrebbero intravisto alcune significative anticipazioni delle loro dottrine, di quelle intuizioni, cioe', che in un breve giro d’anni avrebbero rivoluzionato la rapprentazione che l’uomo da' di se' stesso.
Certo, l'opera di Duguet ha pur sempre l’apparenza di un discorso dai toni edificanti, impegnato in una pacata apologia della persona affetta da scrupoli; pero' lo stile e' gia' di per se' accattivante e man mano che si procede nella lettura ci si rende sempre piu' conto dell’abilita' introspettiva del Nostro, della sua capacita' di scendere con poche agili battute nel profondo dell'animo, stigmatizzandone le bassezze, i vizi o all’opposto l’ingenua trasparenza degenerante in nevrosi. Insomma, un profondo conoscitore de "les maladies de l’âme" e dei suoi ambivalenti abissi.
Ben lungi dallo scadere in un vacuo moralismo di maniera, il discorso mira infatti a quella che oggi chiameremmo la psicogenesi dello scrupolo – che viene infatti ricondotto a un disturbo dell’emotivita' che genera un’ipertrofia dell’immaginazione e conseguentemente una paralisi del pensiero –, non senza abbozzare anche un interessante schema di relazione terapeutica, basata sull’anamnesi e orientata a far emergere l’autentica eziologia del complesso patogeno. In un caso (p. 123), poi, viene addirittura identificata la possibilita' che un sintomo piu' antico possa successivamente mascherarsi in altri fuorvianti sintomi secondari che lo psicoanalista direbbe sintomi "di copertura".
Intento primo di Duguet e' quello di consolare "coloro che hanno una sincera pieta', ma non trovano talvolta che spine ed amarezze" (p. 69), visto che chi si fa scrupoli e' al massimo oggetto di pietosa compassione, mentre in realta' costituisce uno dei piu' genuini testimoni di umanita' e umilta' cristiana. Lo scrupolo e' infatti un dubbio che pur causando grandi agitazioni e inquietudini (che finiscono col rendere penosa una sincera e genuina virtu')(2) e' assolutamente privo di giustificazione morale. Se fosse fondato sarebbe propriamente un vizio, mentre lo scrupoloso e' animato da un amore sincero e retto che sgorga dal profondo del suo cuore. Tuttavia quest’amore e' come se fosse inconscio, in quanto non e' accompagnato da un’adeguata conoscenza del suo oggetto. Paradossalmente infatti proprio in quanto tende intensamente alla carita', ma senza rendersene conto, lo scrupoloso appare in superficie tutto attaccato ai propri pensieri, della cui rettitudine non e' mai certo; egli trova cosi' motivo d’accusarsi di orgoglio e di egocentrismo. E che la sua rettitudine sia la causa ultima dello scrupolo e' provato dal fatto che un animo non cosi' timorato di Dio nel profondo, non indugia certo in remore o inquietudini di quel tipo.
Ora, chi voglia prestare aiuto a simili persone dovra' secondo Duguet essere accuratamente edotto su cause e fondamenti del disturbo. Chi vive in preda agli scrupoli si sente infatti profondamente incompreso, ritenendo d’esser incapace di comunicare adeguatamente la morsa che attanaglia il proprio cuore; ci si dovra' percio' impegnare al massimo per comprendere ogni sua esigenza, senza sottovalutare alcunche', ma anche senza dover per forza accomunare tutto sotto l’etichetta dello scrupolo. Alla fine il consigliere dovra' conoscere i pensieri di chi cerca il suo aiuto meglio di quanto questi non li conosca con le sue proprie forze. Giunti a questo punto, pero', sara' del tutto inutile tentare un’improbabile abreazione dello scrupolo semplicemente dispiegandone razionalmente l’eziologia, e si dovra' piuttosto far leva su una sorta di "transfert", cioe' sulla fiducia che la propria autorita' sara' capace di ispirare: visto che e' un’eccessiva impressionabilita' cio' che impedisce allo scrupoloso di vedere le cose da piu' lati, di confrontare, di pensare alternative, si dovra' cercare di sovrapporre alla vecchia impressione che costella il complesso una nuova impressione scevra di associazioni patologiche.(3)
Per dar prova di questo Duguet, pescando a titolo emblematico dalla sua consumata esperienza, inscena alcune relazioni analitiche in cui il consigliere conduce a buon fine la terapia: chi cura e' proprio la sua "parola che crea rapporto e fiducia, che vince resistenze e che restituisce un io con gli occhi dell’altro"(4) . Se ad esempio ci si fa scrupoli per il timore di non recitare il breviario con la dovuta attenzione, e quindi lo si continua a ripetere con l’intenzione di farlo ogni volta con spirito piu' consono, si sortisce in realta' l’effetto esattamente opposto, poiche' – commenta Duguet – nulla dispone maggiormente alla distrazione che la speranza di dire meglio una seconda volta una stessa cosa. Il consigliere vietera' allora a questa persona di ripetere il breviario, cercando di fargli capire che senza la speranza di poter ripetere meglio egli diverra' automaticamente piu' vigilante e piu' idoneo a tale recita. Non e' del resto da escludere – e qui emerge tutta la sensibilita' psicoanalitica ante litteram di Duguet – che lo scrupoloso sia stato mosso da un desiderio (inconscio) di ben altra natura: non volendo in realta' piu' sottostare all’obbligo di recitare il breviario si stava artatamente complicando la vita, animato dalla recondita speranza che il confessore, constatata l’inopportunita' di farlo stare tutto il giorno a ripetere il breviario, lo avrebbe finalmente sciolto da un vincolo che gli risultava personalmente gravoso. Il perfezionismo nella recita dei salmi non sarebbe dunque altro, in questo caso, che un desiderio "di copertura".
Ma se vi fossero realmente desideri di siffatta natura – saremmo tentati di concludere – lo scrupoloso sarebbe propriamente un vizioso, mentre chi si fa solamente scrupoli, senza avere vere e propri dubbi, resta agli occhi di Duguet un sincero testimone di carita' e virtu'. Certo, la sua mente e' unilateralmente calamitata dalla miriade di tentazioni a cui la carne e' sottoposta e da tutto cio' che esalta lo strutturale limite umano, piuttosto che dal dono della grazia (su cui si fonda, invece, la possibilita' del riscatto dalle debolezze umane); egli teme per la sua salvezza e pensa di non esser adatto anche alle prove future che gli verranno richieste. Ma in realta' chi riconosce il limite e demarca il giusto dall’ingiusto e' gia' costitutivamente orientato verso l’infinito e verso il probo; e questo il consigliere dovra' cercare di trasmetterlo, cosi' come dovra' far capire che il futuro non puo' mai esser ipotecato, visto che non si puo' mai sapere quali energie ci verranno al momento opportuno: chi si crede forte alla fine rinnega, mentre chi si crede inetto piu' spesso si fa martire. E cio' poiche', in definitiva, "il fondo del nostro cuore ci e' sconosciuto" (p. 165) e nessuno puo' fare come se ne avesse penetrato appieno le intime leggi psicologiche (ritenendo ad esempio – altro scrupolo assai diffuso – che si agisce caritatevolmente solo per amor proprio, per compiacersene davanti a Dio).
Lo scrupoloso – questa la conclusione di Duguet – e' e resta un animo probo, almeno per quel tanto di misantropia che lo porta a decantare le proprie ineluttabili colpe, ritenendosi erroneamente segnato dal piu' grande dei vizi umani, l’orgoglio. E con la sua messinscena egli offre altresi' un’efficace amplificazione degli effetti psicologici che l’orgoglio reale generebbe in un timorato di Dio. Pero' il suo consigliere, erigendolo in tal modo a modello di virtu', dovra' al contempo insufflargli la consapevolezza che quel demonico morbo non potra' mai in realta' penetrare nell’intimo del suo cuore; cosi' bilancera' gli eccessi della sua nevrosi e lo convincera' ad accettarsi cosi' come si ritrova, instillandogli fiducia al posto dei suoi immeritati tormenti.
1 Milano, Rusconi, 1997, pp. 310, L. 21.000.
2 Se infatti lo scrupolo e' infondato sul piano morale, non lo e' su quello psichico, visto che all’origine del complesso c’e' il sentimento di agire inopinatamente contro la legge divina, fondato a sua volta su un altro sentimento, il timor di Dio. Tali emozioni risultano irremovibili, senza che alcuna ragione possa acquietarne la turbolenza; non resta che riconoscerne la presenza, senza cercare inutilmente di argomentare per sminuirne l’importanza.
3 Il soggetto potra' sedare le sue inquietudini, anziche' ragionando in proprio, obbedendo al consiglio (cioe' al lume razionale) dello psicoterapeuta, che cerchera' di neutralizzare l’impressione interna che sta all’origine dello scrupolo. L’occupazione e il lavoro sono sempre utili a questi scopi, visto che non basta certo raccontare in dettaglio tutte le remore che la fantasia patologica ha inventato, dovendosi invece assumere proprio un nuovo atteggiamento esistenziale, ben radicato nel profondo del cuore.
4 D. Bosco, Introduzione. Le "segrete" dell’anima, in J. J. Duguet, op. cit., p. 58.