Realtà dell'archetipo
L'inconscio e l'origine
di Eugenio De Caro
Dottorando di ricerca in Problemi Storici e Teoretici dell'Antropologia
Filosofica
...L'elemento fuori dal tempo costituisce dunque
la storia, presiede
ad un divenire storico che però è consapevolmente gestito
dalla coscienza; la casa che Jung si costruì a Bollingen significava
infatti per lui la superiorità che la coscienza raggiunge con la
vecchiaia. L'elemento temporale dà parola all'elemento atemporale,
all'immemore, all'origine. L'origine parla, ma col linguaggio del tempo
(coscienza). Non a caso Nietzsche per il mito della sua personalità
"n. 2", cioè della sua "ombra", usò il
preterito "sprach".
Per far venire alla luce l'uomo antico, Jung si sottrae dunque al
tempo, si priva della corrente elettrica, della conduzione idrica, spacca
la legna per scaldarsi, cucina sempre personalmente il cibo; eppure, fa
tutto ciò coscientemente: è la sua volontà che
dà spazio all'immemore, consente al suo Tempo di essere temporalmente.
E questo genera la totalità psichica, fa maturare le forze, individua
l'io al centro del Sé.
L'uomo ha bisogno dell'eterno, e l'eterno è ciò che non ha
fine; il percorso all'indietro nel tempo non ha fine (termine),
poiché
esso è sempre e soltanto un inizio. Ma un inizio che funge
come tale solo quando la coscienza lo eleva a forza, ne fa, cioè,
la ragione di una continua ricerca, di un lavorìo che proietta
nello spazio il bisogno di totalità psichica. La cinestesi
corporea rinvia dunque ad una cinestesi psichica, ad un movimento
che scioglie il caos giacente sul fondo archetipico, aprendo così
il terreno (Grund) su cui viene a parola l'immagine prodotta. Il caos rimane
tale, ma all'interno dell'immagine. E chi può dire a questo punto
che esso non sia divenuto?
La questione metafisica è posta: è la questione del
rapporto
fra l'uomo e l'assoluto, che porta Jung ad interrogarsi di continuo sul
fondamento della sua psicologia. Indubbiamente, questo fondamento
è costituito dai fatti psichici: reale per Jung, come per
Schopenhauer, è ciò che ha effetto. Di nuovo troviamo che
un passato costituisce l'orizzonte a partire da cui la psiche rinviene
la propria consistenza e, dal punto di vista psicopatologico, la propria
"individuazione". Il passato che fonda non è, però,
un passato individuale, ma un passato ancestrale, che si perde
all'infinito,
e che infinitamente si ripete. Non però entro un ciclo
pre-determinato.
Sulla base della complessa nozione di realtà psichica, Jung
cerca infatti, sulla falsariga di Schelling, di far essere un sapere
che, annullando la dialettica della coscienza, sia fondamentalmente
narrazione
della propria storia a partire e per mezzo dell'inconscio. L'autoanalisi,
tuttavia, è segnata dal paradosso dell'essere operata dalla coscienza
e del tendere a dissolverne entropicamente il "rumore" di fondo,
cioè le opposizioni; il suo significato si piega allora nel senso
di una filosofia della storia: scrivere la storia della propria vita
a cominciare dal suo fondamento significa pretendere il massimo di coscienza
possibile e però anche l'annullamento del divenire di cui la stessa
coscienza si alimenta. Ma l'uomo tende solamente, non di certo vive
in questa condizione: la coscienza resta, e resta costitutivamente proiettata
al futuro dalla propulsione del suo oscuro fondo o, in una parola, della
sua Storia.