Questo primo intervento di * apre il Forum
con interrogazioni della massima importanza
Per una volta, vale forse la pena di lasciare da parte tutte le annose,
infinite e forse ineludibili discussioni sullo 'statuto' dell'estetica,
sulla sua collocazione disciplinare, sui suoi rapporti con la filosofia,
e scegliere di volare alquanto più in basso. Non parlare delle cose,
ma delle persone. Non chiedersi che cos'è l'estetica (ce lo siamo
chiesto tante volte, e continueremo a chiedercelo, perché
l'auto-interrogazione
forma parte integrante delle strutture stesse dell'argomentazione filosofica)
ma piuttosto, semplicemente: chi sono coloro i quali si occupano di estetica?
Qual è la loro collocazione 'professionale'? Non dove va l'estetica,
ma dove sta: dove sta chi la pratica, intendo dire. La domanda è
meno semplice di quel che sembra (e, mi auguro, anche meno sciocca di quanto
appaia a prima vista). Intanto, non è nemmeno facile formularla,
se non si ricorre a una perifrasi. Non sembra immediatamente disponibile
una parola sola che indichi senza ambagi lo studioso che si occupa di estetica.
La lingua italiana, che indica con lo stesso vocabolo la cosa e la persona
(«l' estetico») ci impedisce di adottare la soluzione più
ovvia, utilizzabile in altri idiomi (der Aesthetiker, visto che l'oggetto
è das Aesthetische; l'esthéticien, visto che l'oggetto è
l' esthétique; e così aesthetician ...). Estetista è
ovviamente improponibile, pena la confusione con visagisti e parrucchieri;
esteta vuole dire altro (uno stadio degenerativo dell'estetico?); 'estetologo',
di fatto il più usato in contesti tecnici-congressuali-accademici,
è l'unico termine praticabile: ma non suona troppo pomposo, e non
lascia sperare una tecnicità che poi non si troverà?
Dunque «chi è lo studioso di estetica?». Abbiamo
detto di voler volare bassi, quindi nessuna divagazione sulla
indivisibilità
della filosofia, né nobili parole sulla funzione che la teoria esercita
nell'arte. Facciamo conto che a rispondere non sia un filosofo ma un
funzionario
ministeriale o un sociologo dell'educazione. Partiamo, insomma, dai dati,
come è obbligo dire, oggettivi. E', per lo più, un insegnante.
E' (o ambisce diventare, il che ai fini del nostro discorso -ma non nella
realtà, ben inteso- fa quasi lo stesso) un docente universitario.
Dove insegna? La lista delle possibilità, purtroppo, non è
poi così lunga: diciamo che potrebbe insegnare in un corso di laurea
in Filosofia (ovvio) in Lettere, in Lingue, in Scienze della Formazione
(ex-Magisteri), in Beni Culturali, in Scienze della Comunicazione, in
Architettura.
Il condizionale è d'obbligo perché, di fatto, solo le prime
quattro possibilità ricorrono con qualche frequenza, mentre le altre
non si verificano quasi mai (o la materia «non è a statuto»
oppure, quando lo è, non è attivata). Aggiungiamo poi, anche
se spesso gli accademici tendono a dimenticarlo, che ci sono i docenti di
Estetica nelle Accademie di Belle Arti e di Estetica e metodo critico (mi
pare che la dizione sia questa) nei Conservatori musicali.
Qualcosa sembra accomunare la collocazione dello studioso di estetica in
tutti questi contesti didattici. Un ottimista direbbe «la sua collocazione
di frontiera», evocando arditezze pionieristiche. Un pessimista,
cioè
uno che ha il difetto di vedere le cose come sono, parlerebbe piuttosto
di marginalità. Prendiamo il caso del corso di laurea in filosofia,
cioè quello nel quale l'estetologo (vedete: alla fine uso anch'io
questo termine) è inserito più naturalmente (ancora una volta,
questo è in questa sede un dato statistico, non una valutazione
scientifica).
Lasciamo da parte tutte le recriminazioni concorsuali. Sarebbe farsela troppo
facile dire: prendete un bando di concorso a posti di ricercatore, di seconda
fascia, di prima fascia, e confrontate il numero di posti attribuiti al
settore MO7D con quelli di (quasi) tutti gli altri settori filosofici, e
vedrete da soli. Teniamoci ad altri fatti. E, poiché di fatti deve
trattarsi, lasciamo perdere la circostanza, che già sfuma
nell'impressione
soggettiva, che nelle nostre università ci siano ancora molti colleghi
che sull'estetica sottoscriverebbero le parole riportate da Baumgarten,
«indigna philosophis et infra horizontem eorum».
Diciamo però che non è un'impressione soggettiva il fatto
che l'estetica è ancora lontana dall'avere uno status anche parzialmente
paragonabile a quello delle tre vie maestre del nostro curriculum filosofico,
la teoretica, la morale, la storia della filosofia. Se un osservatore
esterno guardasse alla produzione filosofica, al 'peso' culturale, alla
novità e all'interesse di quel che viene prodotto nei vari campi,
non credo che capirebbe questa differenza. Dovrebbe guardare, piuttosto,
alla storia dei nostri ordinamenti didattici, alle volontà di mantenere
dei 'primati' non in grazia delle idee che si hanno ma degli obblighi che
si impongono agli studenti, impedendo che essi confrontino liberamente la
qualità degli insegnamenti e giudichino scegliendo. Da due anni a
questa parte, il ministero è tornato a richiedere allo studente,
perché si possa accedere all' insegnamento della filosofia nelle
scuole superiori, almeno un esame di teoretica, di morale o di storia della
filosofia. L'estetica, evidentemente, non è abbastanza
filosofica.
E, altrettanto evidentemente, i funzionari ministeriali non hanno mai letto
le pagine di Guido Calogero sugli insegnamenti 'obbligatori' e 'facoltativi',
almeno in campo umanistico.
Ma, se questo vale per le collocazioni tradizionali dell'insegnamento di
estetica, è bene chiedersi se valga anche per le altre collocazioni,
che sono, tra l'altro, quelle che offrirebbero maggiori spazi. L'estetica
ha fatto abbastanza per conquistarsi un posto nei curricola che
tradizionalmente
non le pertengono? Questo comporta un adeguamento del taglio disciplinare?
Può significare uno 'snaturamento' del carattere filosofico
dell'estetica?
Esempio: in un corso di laurea in scienze della formazione ci potrebbe essere
molto spazio per l'estetica, ma forse essa dovrebbe intendere diversamente
i suoi compiti: sarebbe un tradimento del suo statuto?
Infine, ci chiediamo troppo raramente quale sia il nostro rapporto con coloro
che hanno pratica viva delle arti, i critici, gli artisti, etc. . Ho
l'impressione
che l'estetica abbia perso molto terreno in questi campi, ovvero che ci
sia poco interesse da parte di coloro i quali, pure, dovrebbero essere tra
i destinatari principali dei nostri discorsi. E' un'impressione fondata?
Il dibattito è aperto.