Di Pier Paolo Ottonello



Nel senso piú proprio e radicale, nichilismo significa negazione assoluta dell'essere in quanto essere e degli enti in quanto determinazioni dell'essere: negatività assoluta che dunque può determinarsi solo negativamente, ossia in rapporto alla metafisica come affermazione dell'essere determinante il senso dell'essere nella differenza fondativa essere enti. Il nichilismo come negazione radicale o metafisica, è dunque negazione del senso dell'essere e degli enti in quanto significato e realtà sostanziali e valorativi, che possono essere tali solo in quanto fondati nell'assolutezza dell'essere. Nichilismo è dunque, essenzialmente, l'assoluta negazione di ogni assolutezza, che percorre le strade o dell'indeterminazione dell'essere e degli enti o dell'univocità radicale essere nulla.
Le due forme teoretiche del nichilismo consistono dunque nei due modi di negare l'essere:
I) Sostenendo che l'essere in sé o assoluto non ha senso, dunque è nulla, e che solo si danno enti, cioè i fenomeni dell'esperienza, che niente celano né manifestano «al di sotto» di loro, nessun essere od altro ente che ne sia la «sostanza» o «significato» o «verità»: esiste solo la mia propria immediata esperienza: ogni altra apparenza non è altro appunto che una mia finzione che immediatamente mi appaia utile, ossia non disturbante il flusso della mia immediatezza: empirismo, scetticismo, soggettivismo, nominalismo sono gli aspetti principali del nichilismo. Secondo il piú radicale nichilismo, il mio io è l'intero dell'esistente: ma la mia esistenza nella sua immediatezza assoluta è l'assoluto niente dell'immediatezza stessa, come lo spazio dell'annullamento: L'istante immediatamente presente è l'assolutizzazione nel niente che è il suo essere come l'ombra del niente del passato e nel niente del futuro: è l'assolutizzazione negativa dell'immediato presente che mi consente di riconoscere il nulla e del passato e del futuro e del presente stesso. Dunque io sono l'assoluto annullamento del nulla che si sa nulla, nel niente del senso stesso della contraddittorietà. Questa determinazione del nichilismo include quella di «inferno» .
2) Una radicalizzazione, se possibile, di tale forma di negazione dell'essere è costituita da ciò che sembra contraddirla in favore di una affermazione degli enti: è la negazione dell'essere degli enti. Gli enti appaiono, non sono: L'apparire degli enti è il dispiegarsi del loro nulla: solo il nulla è: L'unica verità è la verità del nulla, che è il nulla di ogni verità e dunque di ogni finzione, cioè di ogni rapporto verità illusione o verità errore o verità menzogna o essere nulla: L'«unico» assoluto sono io stesso che nega ogni assoluto ovvero che si nega ponendosi come assoluta negazione o il nulla del negare, che è l'ineffabilità della mia stessa immediatezza. Questa determinazione del nichilismo include quella di «satanico».
Ne consegue:
a) Che se la creazione è l'assoluta posizione o fondazione dal nulla degli esseri, il nichilismo è la radicale negazione della creazione: è negazione dell'Essere creante; è negazione del creare; è negazione del finito come il termine del creare; è negazione dell'intelligenza come determinazione (infinita) della relazione differenza tra creante e creato, assoluto e finito; è negazione della libertà come determinazione della possibilità (finita) di riconoscere o disconoscere tale relazione differenza intelligita: il nichilismo è dunque la tragedia, consumantesi fino alla farsa coatta, dell'intelligenza e della libertà che si assolutizzano, cioè si negano come finite create, liberandosi con ciò stesso del proprio essere, cioè autoannullandosi: la simia Dei si rispecchia come «Dio morto».
b) Ogni forma di negazione, che il nichilismo è, per consumarsi come tale esige un negatore come l'assoluta realtà del negare e dell'autonegarsi.
c) Ogni negazione è riduzione assoluta, o riduzione a niente: la riduzione a niente dell'essere assoluto o dell'essere degli enti implica l'assolutizzazione del negatore, ossia il soggettivismo come assolutizzazione del soggetto, che si consuma come autodissoluzione assoluta. Infatti i superumanesimi politicizzati generati sul tronco del soggettivismo moderno si autodissolvono nelle massificazioni: le masse moderne sono l'inferno dell'egotismo del superuomo che ha innalzato il vessillo democratico dell'eguaglianza, per cui il superuomo diviene il diritto di tutti come diritto assoluto di ogni soggetto di costruirsi la propria legge; ed i superumanesimi scientificizzati accrescono il sistema della riduzione di quegli stessi soggetti erettisi ad assoluti kubernétai, fino alla schiavitú di tutti al tiranno cibernetico.
d) Se pensare è costitutivamente pensare l'essere, ossia intelligere e determinare la dialettica essere ente, il nichilismo è la negazione radicale del pensare, della dialetticità stessa, mediante una riduzione radicale della teoreticità fino al suo autoannullamento nella negazione del senso stesso della propria autocontraddittorietà: ogni prassismo come antiteoreticità o ateoreticità è come tale una forma di nichilismo.
e) Il nichilismo, come negazione radicale, è intrinsecamente contraddittorietà, che si nega come tale: il nichilista tipo sarebbe dunque, coerentemente, non già l'aspirante suicida ma il morto per suicidio per negazione autoannullantesi.
f) Storicamente non può dunque darsi nessuna forma di nichilismo «puro» o «assoluto», ma solo sue filiazioni partenogetiche quali sono le innumeri forme di riduzione. La storia è la dialettica di creazione e concreazione di assoluto e libertà, di essere ed esseri: il nichilismo è negazione della storia. Gli storicismi e gli umanesimi assoluti contemporanei sono radicati nel nichilismo, nel quale anche sboccano allorché concelebrano genocidi all'altare delle ceneri della storia e dell'uomo...
5. Nichilismo e riduzione.
Tali processi si svolgono secondo la dialettica della riduzione. Sotto il vessillo del dividere per annullare, opposto a quello del fondare il finito, ovvero del determinare gli enti nell'unità dell'essere, l'intero viene ridotto ad una o piú delle sue parti, mediante una attribuzione alla parte di ciò che non le compete, ossia di una misura che non le è propria, la quale viene omessa e sostituita fino alla prevaricazione della parte, assolutizzata, rispetto a quell'intero che perciò non ha piú senso come tale ed è ridotto a niente, cosí come la parte, adialettizzata rispetto all'intero senza il quale non ha senso, essa medesima si riduce a niente, a non senso. La prevaricazione del limite ontologico che fonda il finito come tale, comunque si consumi, risponde alla dialettica della riduzione, che è la malattia mortale di ogni ente come organismo o dialettica ente essere: L'organismo ontologico si disgrega per riduzione dell'essere ad ente, dell'essere al nulla e dell'ente al nulla. Nell'ente intelligente finito tale malattia metafisica corrisponde alle diverse forme di disordine per riduzione di tale ente ad una sua parte o possibilità, la si chiami ragione o istinto, intelligenza o volontà: L'uomo scisso è l'uomo malato di tale malattia metafisica, generata dal suo stesso rifiuto del proprio limite come costitutivo e positivo, cioè radicalmente, dal rifiuto della creazione come assoluta posizione del finito e dunque statuizione del suo ordine metafisico.
Dopo Hegel la proliferazione storica della dialettica della riduzione tende a diventare la normalità storica. Un disordine metafisico, in quanto si fa esso stesso norma della storia, non può piú in alcun modo riconoscersi in termini di «disordine», ma tutt'al piú come creativa Verwirrung, anche là dove sembri inabissarsi in catastrofiche chiusure dei possibili orizzonti della storia. Per salvare la storia percorre gli erramenti degli umanesimi sradicati, che corrispondono ai diversi «sentieri interrotti» delle proiezioni per quanto possenti e significative delle diverse passioni umane per quanto grandi e positive, come tali parti dell'intero uomo, che tentano instaurare di volta in volta le «dittature» della «pura ragione», della «pura scienza», della «pura vita», del «puro sentimento», del «puro utile», del «puro umano», cioè di tutti gli alibi della riduzione al niente dell'uomo integrale.
L'individuazione del metodo e della dialettica della riduzione è possibile solo alla luce di quello che possiamo dunque chiamare metodo e dialettica dell'integralità. Ciò comporta nient'altro e niente di meno che ogni atto umano è integrale e dunque creativo o ricreativo della storia che l'uomo è in quanto si fa intero in quanto può individuarsi come crescita secondo il proprio ordine costitutivo o metafisico e dunque come purificazione da ogni disordine, o annullamento di ogni riduzione ed annichilimento. La conversio come ascesi e purificazione da ogni forma di errore è dunque il compito perenne e costitutivo dell'uomo stesso. L'individuazione degli errori, magari monotonamente i medesimi sia su piano storico che su piano personale né è detto che gli errori della vecchiaia piú «matura» siano meno gravi e pericolosi di quelli della piú «vivace» giovinezza: né quelli del presente piú di quelli del «passato»; anzi quelli del presente piú insidiosi almeno in quanto la cupidigia o passione che stiamo vivendo è il piú facile alibi di omissioni mascherate dalle piú nobili e storiche imprese «umanitarie» è il combattimento costruttivo, la cui condizione assoluta è l'amore incondizionato alla verità in ogni sua forma: farci servitori umilissimi della verità è l'unica possibilità di farci signori assoluti di noi stessi e del mondo. La lotta contro tutti gli alibi i compromessi i sofismi riduttivi può essere sostenuta solo dalla forza della fame e sete di verità, ossia di giustizia, la quale, sola, alimenta il piú grande ardimentoso coraggio, fino al quotidiano come martirio.
Il pericolo piú insidioso rispetto a tale compito è dunque la riduzione del quotidiano ad immediato, che costituisce il clima «culturale» normale del pericolo piú insidioso per la cultura contemporanea, ossia del contemporaneismo. La assolutizzazione o dittatura del presente cosí come le dittature del passato o del futuro può generare solo dittature diverse, appunto quelle sempre nuove o del passato o del futuro, fino alla loro piú compromessa e compromissoria fusione e confusione, la quale corrisponde a non altro che a ciò che propriamente si denomina nichilismo; il cui clima normale è l'indifferenza, piú o meno mascherata di droghe attivistiche e «costruttive», ma in realtà oppiata dalla temporalità disordinata, secondo cui si costituisce come malattia o decadenza, che la rende stuporosa di fronte al qualsiasi accadimento o compito piú «quotidiano».
La condizione assoluta per la stessa sopravvivenza della contemporaneità come storia è dunque lo smascheramento di ogni forma di omissione del compito metafisico costitutivo della persona. Ciò comporta, fondamentalmente, il ritrovarsi della cultura come costitutivamente filosofia e della filosofia come metafisica. Ogni forma di elusione di tale condizione è già, eo ipso, una forma di nichilismo.
Pagine estratte dall'opera «Struttura e e forme del nichilismo europeo», 1987.

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