Che cosa è prima? Facilmente rispondiamo: l'origine è prima.
L'origine è la realtà. La realtà è prima, il
prima è la realtà . Essa è il piú antico, lo
striato e coperto dalle incisioni della propria storia: rugosa, come la
vuole Rimbaud. È non meno e insieme il più fresco e piú
intatto: Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui, dice Mallarmé
. La realtà, poiché è l'origine, sta sempre prima della
realtà. Se il teatro è, come è, una realtà,
allora la realtà sta prima del teatro, e il prima del teatro è
la realtà .
Se la realtà stando prima del teatro ne è origine, allora
un che di teatrale la qualifica e porge spunto ed esempio al teatro. Questa
deduzione va incontro a ciò che sappiamo sia della realtà,
che del teatro.
Ma che cosa è la realtà? È dato credere che la realtà
non sia nulla. Ombre e chiarori, sofferenza, furore, estasi, affetti ribollenti,
tutto calmo, il vento, un angelo, l'autostrada, popolazioni ascendenti dalla
cavea della metropolitana, bocche parlanti: questo, e il resto di ciò
che viene in scena offrendosi all'esperienza prossima, anzi immediata, e
certa, e sembra tutto, è nominato la realtà.
Peraltro, e pure, da gran tempo si è ritenuto, e da spiriti fra loro
eterogenei, che questo tutto che è detto realtà sia nulla.
Il punto piú concentrato e piú da me afferrato di realtà
sono io stesso: ebbene, voci di ardente tono religioso pronunciarono: «Sono
cenere e polvere siamo come acqua versata, che piú non si raccoglie».
Proviamo allora a considerare la tessitura, e dopo quella il traslato teatrale,
della tesi: la realtà è il nulla . Non dobbiamo confondere
il nulla in questione col mero non essere , proprio di ciò che è
assente, magari invogliati dal rilievo che spesso la realtà non è
qui, sta lontana, altrove, trascorse, verrà; manca. O anche incombe;
ma per nostro rifiuto o nostra distrazione o perché l'esistente si
allontanò, ed è come sia assente.
Quel cavaliere non arriverà mai alla micidiale Córdoba lejana
y sola : non per questo Córdoba è propriamente nulla . Non
il toro né il fico né i cavalli né le formiche ti sanno
ormai, nessuno piú ti conosce, Ignacio Sanchez Mejías: la
tua anima si è allontanata, alma ausente. Ma, io Lorca , ti canto
come si canta qualcosa che è.
Se tramonta l'ardente realtà in cui ogni cosa viene a conoscenza,
l'anima poetica, custode dell'essere e del non essere , ammette il notturno
nulla che sopravviene, ma proprio per questo ritrova l'eterno. Rimbaud:
Elle est retrouvée.
Quoi? - l'Eternité.
C'est la mer allée
Avec le soleil.
Ame sentinelle,
Murmurons l'aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.
Il nulla, invece, di cui è questione, dobbiamo dirlo infinitamente
piú assente di ogni assenza, come ciò di cui si predicano
a un tempo e identicamente sotto ogni rispetto non soltanto il non essere,
ma anche l'essere . La contrapposizione di Rimbaud è tolta. Questa
è la plenitudine del vuoto, perché l'essere del quale si predica
il non essere, e il non essere del quale si predica l'essere, stretti nel
nodo di ciò che essendo non è e non essendo è, in assoluto
mancano e non possono non mancare, tanto quanto in assoluto sono e non possono
non essere.
Per conseguire questo nulla dobbiamo escludere dalla nostra logica e dalla
nostra ontologia il principio di contraddizione . E l'esclusione va praticata
senza risparmio di forze, con forza oltre ogni forza, e non soltanto quale
procedimento formalistico, ad esempio dicendo che si scelse una logica a
piú di due valori, o che il principio era una convenzione e noi ne
abbiamo adottata un'altra. E, insieme alla forza, non meno è necessaria
l'indifferenza davanti all'obiezione: «Poiché tu ammetti i contraddittori
unitamente, allora, avendo escluso il principio, a un tempo e identicamente
non l'hai escluso.» L'indifferenza neppure risponderebbe: «Fu
tolto il principio e non fu tolto a un tempo, e cosí il nulla sopraggiunse,
e ha sfatto l'inizio e il fondamento di ogni argomentazione confutante.»
Non le aggraderebbe neppure di rispondere, rimarrebbe indifferente. Il connettivo
«oppure», che fa da deviatore verso l'essere a preferenza del
non essere, o verso il non essere a preferenza dell'essere, viene liquefatto.
Sopravvive il connettivo «e». Il nulla non può non essere
e non può essere: è ciò che non può . Ogni movimento
è dunque escluso, perché l'impossibile non diviene, e si prova
efficace l'espediente di Aristotele : ridurre colui che toglie il principio
alle condizioni di un tronco. Infatti, egli per pensare dovrebbe divenire;
ma non può divenire e dunque non pensa, quindi eccolo trasformato
in tronco. Ma guarda! Il divenire non è la sede propria della contraddizione?
Proprio divenendo infatti l'essere è e non è. Allora, chi
non è un tronco ma pensa, per cui pensando diviene, proprio perché
ha mantenuto il principio lo toglie. Qualcosa di realissimo, il pensiero,
si è inabissato nel nulla.
L'essere divenendo si esibisce nell'istante; ora, nessuno spessore dell'istante
è tanto spesso da riuscire a separare l'essere e il non essere che
vi convergono e vi convengono . In ogni istante la realtà concretamente
per infiniti rivoli storici ed esistenziali accumula il proprio sfacelo
alla propria immanenza. Ansia allora per il non essere, gioia per l'essere,
delusione perseverante, gioia costante, orrore che l'essere non sia, meraviglia
che l'essere sia, ripugnanza per la contraddizione felicità di avere
tolto l'obbligo del principio, e con quello ogni obbligo.
Tale la realtà prima del teatro , ovvero «origine della tragedia»,
secondo una ricostruzione che ho preso da Nietzsche. Tale realtà
compenetra le poetiche teatrali fin dove esse includono la contraddizione
stridente, lo sfacimento delle identità e delle differenze, fin dove
affermando il teatro lo negano, rifluendo nel prima origine che, come si
conviene al toglimento del principio, è teatro senza teatro .