Di Maria Adelaide Raschini

Et Et - Aut Aut

È palese il carattere quasi paradossale dell'accostamento tra Thomas Mann e una terminologia che, peculiarmente, si riferisce alla filosofia, e più precisamente al discorso relativo alle sue modalità dialettiche: dal momento che Thomas Mann è artista nel senso più alto e vero della parola, e all'artista non spetta il tradurre concettualmente quella comprensione del mondo che tuttavia, e felicemente, l'arte a modo suo raggiunge. Se si può dire che all'artista «non spetta» il compito di «comprendere», certo gli si addice quel «comprendere a modo suo» che, pur escludendo espliciti scopi morali, non esula dalla sfera del «capire». Tanto che, scrive Mann, «è da augurarsi che i suoi risultati morali concordino quanto più è possibile con la morale dominante, e quindi col nostro Occidente cristiano e, armonizzando nella loro saggezza con quelli tradizionali religiosi, offrano di questi conferma.»
Sennonché ci sembra legittimo porre tra l'opera di Thomas Mann e la filosofia una relazione siglata da una «e»: cosa che, se non toglie la paradossalità dell'accostamento, ci consente tuttavia di ridurla mediante un «quasi»: « quasi paradossale» ;, appunto, e non paradossale senz'altro. Tutto sta nel chiarire il significato di quella «e»: che è da concepirsi non secondo il rigore di una dialettica dell'identico (ma perciò stesso neppure secondo i canoni improduttivi di una pugnace dialettica dei contrari), bensì secondo categorie(ancora da riprendersi e da far rivivere nella nostra cultura) che invece proprio a Thomas Mann furono vivacemente e originalmente presenti. Si vuole alludere a una dialettica che non isoli l'ente in una ecceitas irrelazionata, e neppure lo opponga all' «altro» in fatale inimicizia, ma consenta al soggetto di disporre di se stesso secondo quella ironia che gli fa sentire il proprio limite, e perciò gli consiglia una onesta duttilità all'atto in cui gli palesa la necessità di mantenersi fedele a se stesso secondo le linee di un personale disegno.
La «e», dunque, congiunge termini apparentemente opposti e in ogni modo tali da sembrar lontani, grazie alla penetrazione dell'ingegno che con paziente e serena fatica riesce a toccare un orizzonte universale, senza negare o rifiutare niente di ciò che quell'orizzonte abbraccia, con volontà di comprensione e desiderio di adeguarci anche praticamente a quella comprensione.
E già siamo dentro il cerchio disegnato dal tema: precisamente, all'interno di quella dialettica integratrice che Thomas Mann non codifica concettualmente ma splendidamente disegna per immagini e figure, narrando di personaggi e di destini; e si riflette nella parola che, nel trapassare da un termine all'altro, mostra, con il suo appropriato disporsi, l'intima forza «congiuntiva» di cui si sostanzia.
Forse più sovente di quanto sia doveroso la letteratura critica che si è esercitata intorno a Thomas Mann ne ha messo in rilievo intimi contrasti, conflitti, discontinuità; ha parlato, soprattutto, di ambiguità, trasponendo il canone manniano inesorabilmente lucido e ricco di mobile fervore sino a farne una connotazione personale piuttosto che una categoria interpretativa che, come tale, supera ogni possibile allarme etico connettibile al termine «ambiguità». Infatti l'elaborazione artistica di un mito, di un personaggio o di una figura, di un simbolo concettuale, di un tema, in Thomas Mann assume spesso una rappresentazione bifronte, mostra due aspetti dai quali diventa ugualmente necessario osservarla - come narratori e come lettori - al fine di comprenderne la complessa organicità. La storia non può sottrarsi a questo carattere bifronte, che appartiene a ciò che il tempo attraversa e che, infine, solo grazie alla «ambiguità» bifronte riesce a superare la corrosione del tempo. Vita e arte, natura e spirito, ad esempio, ma anche conservatorismo e progressismo, borghesia e socialismo, sono egualmente presenti, poli necessariamente e simultaneamente sottoposti allo sguardo manniano, scrutatore attento secondo quella «attenzione spirituale» richiesta da tutte le categorie - storiche e personali - che connotano i destini umani.
In ciò che è simultaneo e reciprocamente correlato da una medesima necessità storica o spirituale, la letteratura critica spesso preferisce vedere una oscillazione dello scrittore, quasi una radicale indecisione da cui trapeli un non raggiunto equilibrio o addirittura una volontà di non scegliere. Il punto di vista superiore sfugge in tal modo al critico sino a lasciare incompreso l'artista. Una siffatta chiave interpretativa di Thomas Mann è diffusamente adoperata, se pur talvolta non senza acutezza, soprattutto da coloro che, proni all'abuso della impotenza congiuntiva dell'aut aut, si trovano costretti a scinderne i termini e a riferirli, così scissi, allo scrittore in modo da fargli portare il peso di questa scissione.
Non è certo difficile trovare una giustificazione alla scissione per mezzo della isolata e databile citazione che abbia tutta l'apparenza di mostrare come l'artista sia passato e ripassato da un corno all'altro di un dilemma. Ma nei confronti di Thomas Mann questo canone interpretativo si mostra tanto più insufficiente quanto più e meglio se ne leggano le opere nella loro maestosa globalità, con la dignitosa oggettività che vieta il pregiudizio persino verso ciò che non ci piaccia: senza alcuna preoccupazione di cercare sin dalle prime pagine alcuna garanzia che ci metta in pace per quanto possa concernere i nostri idoli soggettivi. Senza alcuna preoccupazione, infine, che ripristini e cristallizzi l'autaut là dove proprio Thomas Mann ha narrato e disegnato secondo il più rigoroso - sovente ironico - legame posto dalla «e».

Della «congiunzione antiretorica» quale garanzia di umanesimo


Scrittore senza paragone il più ossigenato che la letteratura del secolo abbia espresso, Thomas Mann ha tracciato globalmente nella propria opera un compiuto disegno: poiché tale, esso richiede di essere raccolto secondo il carattere sintetico della sua profonda e costante ispirazione. Non coglierne questo carattere significa disperdere nei particolari l'attenzione che va concentrata invece sui dettagli «e» sull'interoaffresco: simultaneamente. Mann non sosta mai su di un «particolare» per il semplice motivo che la sua parola non è mai astratta: dettagliata e dettagliante sino allo spasimo provocante attesa, ma il dettaglio è dentro l'affresco, non quale sua «parte» bensì come simbolo sufficiente ad alludere all'intero. Lettura sintetica è richiesta, affinché non sfugga quel suo necessario pennellare dentro il segno dell'intero, che è il modo manniano di dire narrativamente la determinazione simbolica dell'universale, di congiungere realtà e simboli, i più usualmente lontani, con quella chiarezza e quel nitore così sconcertanti per capacità analitica che, immediatamente, sembrano celare il fattopi&u grave; peculiare: ossia, che egli sta invece costruendo artisticamente una sintesi perfettamente e lucidamente rappresentata ove i dettagli sono incastonati entro l'unità preziosa del risultato. La genialità quale «limpido occhio del mondo» abbraccia sempre un orizzonte troppo vasto per non essere libera di fronte alle scelte coattivamente suggerite dai confini più angusti non solo della mediocrità la quale gode almeno del vantaggio di non teorizzare tale costrizione ma anche della intellighentia, talvolta non priva di astio, che troppo frequentemente ha il torto delle scelte soltanto convenienti.
Nessuno vorrà accusarci di abuso di panegirico se affermiamo che la dialettica congiuntiva di Thomas Mann non si sciupa mai nel congiungere termini retorici. Piuttosto ribadiamo un riconoscimento preciso al quale lo stesso autore ci legittima allorché ci avverte che umanesimo significa universalità e che perciò stesso «per essere umanisti non è necessario essere retori e adulatori dell'umanità».Vale a dire, per essere umanisti occorre misura, studio, passione, lavoro, pazienza; e «ove gli d´i soccorrano», anche genio. Ma queste sono «virtù» antiretoriche per eccellenza così come per eccellenza sono non moralistiche proprio in quanto «morali», cioè spirituali in quel senso per il quale la finalità morale, che Thomas Mann dice essere peculiare della filosofia, si incontra e si identifica con l'essenza stessa dell'arte quale «distacco» dalla «vita», sia pure il distacco più dolorosamente nostalgico. È il distacco che ogni uomo opera in se stesso da se stesso sapendosi «vedere»: saper vedere essendo la sola assunzione responsabile di quella vita che, gioconda lieta immediata e perciò «invidiabile» agli occhi dell'artista, per se stessa e da se stessa non fa civiltà né umanesimo.
Ma anche qui, tra vita «e» arte: non tra vita «o» arte; perché il distacco sofferto grazie al dolore che gli è immanente implica rispetto verso ciò da cui ci si distacca, contiene un preciso rapporto di riconoscimento e dunque di non esclusione, specialmente se si nota come per Thomas Mann il risultato di questa operazione dolorosa sino alla «rinunzia» deve essere appunto la capacità della rappresentazione artistica della vita. La quale non esime dunque da una visione morale dell'esistenza se l'aggettivo «morale» significa, mannianamente, «spirituale», vale a dire se morale e spirituale si incontrano con l'essenza stessa dell'arte quale, appunto, distacco, nostalgico finché si voglia ma crudelmente distaccante dalla vita.
Qui in modo del tutto peculiare la forza congiuntiva della «e»risolve l' «ambiguità» del rapporto arte vita che in forma di opposizione autobiograficamente sofferta alimenta quel gioiello di perfezione che è Tonio Kroger: poiché il distacco che ogni uomo operi in se stesso sapendosi «vedere» di fronte a quella vita che, pure, egli sa vedere, è infine il solo modo di recuperarla. Infatti la vita gioconda, lieta, immediata e perciò «invidiabile» agli occhi dell'artista «escluso» che la vede sapendosi vedere per se stessa e da se stessa non fa civiltà. Questa passa necessariamente attraverso il crogiolo «purificatore» dell'arte, supera lo «struggimento furtivo e roditore per le gioie della vita comune» e dunque diviene più alta forma di vita di fronte alla quale è la volta dei «semplici» Hans e Ingeborg a sentirsi «esclusi».
Non possiamo non ricordare quanto Thomas Mann penetri sino al fondo di questo rapporto a proposito di Nietzsche quando ce lo rappresenta come il «solitario» per eccellenza che può farsi tale solo in quanto ha colto il significato della solitudine a tal segno da poterlo restituire a prezzo della rinunzia più crudele e totale alla vita stessa. Tanto che Nietzsche finisce col piacergli meno negli stati di « esaltante sentimento di sé» e di «hybris cieca» che non quando, invece, usa con se stesso la «disperata crudezza» del rifiuto di quei valori e di quelle potenze che furono « sempre alte e venerate nell'intimo » ; perciò Thomas Mann può vedere in Nietzsche soprattutto « un grande criticoe filosofo della cultura», dopo averne condensato il senso nella sua «proposizione più innovatrice»: «la vita può giustificarsi soltanto come fenomeno estetico».

La riflessione sull'anima e la fine delle ideologie


Il legame più sottile e radicato nell'intimo, oscuro e illuminante insieme, che congiunge dialetticamente vita e arte, per Thomas Mann è espresso nel tema costante della « riflessione sull'anima». Legame, questo, di natura «psicologica», ma da cogliere secondo una psicologia che, ricevuta tramite Freud nella sua genesi schopenhaueriana, ha respiro così vasto da dominare non solo l'intero peso della «malattia», ma da riuscire anche a oltrepassarne, se non lo status storico, certamente il negativo che essa contiene, in forza dell'intima valenza metafisica cheThomas Mann concede alla psicologia: proprio in quanto la recepisce «anche» schopenhauerianamente.
È chiaro: la valenza metafisica è termine da accogliere qui con una precisa limitazione, o forse meglio con una peculiare determinazione; ma richiamando il termine metafisica non facciamo a Thomas Mann alcun prestito dal momento che egli stesso lo usa a questo proposito la psicologia deve essere intesa come quello studio dell'uomo che giustifichi non tanto la caduta dei - e dai - suoi mitici incantamenti, bensì, e soprattutto, la conoscenza della sua effettiva possibilità individuale e storica. L'attraversamento della psicanalisi - Mann bene padroneggia la suggestione che ne trae- si riconnette al richiamo di una profondità per giungere alla quale è richiesta una ascensione verso la tipicità. Si tratta di un attraversamento, dunque, che richiede innanzitutto una lettura critica della psicanalisi, una non sottomissione ai fascini un poco torbidi del suo determinismo, in fondo lesivo proprio dell'umanesimo...



Pagine estratte da:
Thomas Mann e l'Europa, Venezia, Marsilio,1994.
Collana «Saggi filosofici» del Dipartimento di Studi dulla Storia del Pensiero Europeo,
Università di Genova

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