IL VERBO ESSERE ED I NOMI COMUNI
NEL LATINO "SCIENTIFICO" MEDIEVALE
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1. I linguaggi della scolastica
Nella storiografia l'espressione "latino scientifico" denota, con una qualche ambiguità, la lingua in cui si esprimevano gli scolastici. In effetti possiamo distinguere diversi linguaggi usati nei trattati logici medievali; tra gli altri abbiamo a) i linguaggi delle "scienze" afferenti al quadrivium; b) un frammento semplificato del linguaggio naturale oggetto delle teorie logico-grammaticali; c) linguaggi logico-formali; d) i metalinguaggi utilizzati per parlare di a, b e c. La ricerca moderna ha evidenziato come numerose formule logiche medievali si lascino interpretare dal punto di vista della logica simbolica moderna. Questo può significare che in alcuni casi i medievali usavano espressioni del linguaggio naturale in modo standardizzato e quasi-simbolico. Del resto non va dimenticato che lettere schematiche e variabili venivano comunemente impiegate in un modo non troppo dissimile da quello aristotelico. Se solo una parte del linguaggio logico medievale ammette una traduzione in termini di logica simbolica moderna si pone il problema di rappresentare i rimanenti elementi linguistici cui abbiamo accennato, in particolare le numerose espressioni appartenenti al linguaggio naturale il cui comportamento grammaticale è indagato nei trattati sulle proprietates terminorum.
Tra le teorie logico-linguistiche cui ci possiamo rivolgere nella ricerca di un modello interpretativo adeguato, la grammatica di R. Montague (una sua variante)1 ci consente di rappresentare i diversi livelli d'analisi del terminismo. Tale grammatica descrive un frammento del linguaggio naturale, così come il De Interpretatione, punto di passaggio obbligato per la scolastica, è rivolto allo studio del discorso dichiarativo e delle sue parti. Abbiamo una componente semantica che si esprime tanto nelle categorie lessicali quanto nel modello interpretativo che viene proposto; corrispondentemente i medievali affrontano il tema della significazione discutendo delle proprietates termini fuori dal contesto della proposizione2. Inoltre il linguaggio delle categorie viene a volte considerato come il linguaggio che esprime i significati dei termini o comunque una tipologia lessicale utile per differenziare i termini anche sotto il profilo semantico3. Abbiamo infine un linguaggio logico "intermedio" che corrisponde all'uso medievale di formule quasi-simboliche per esprimere la forma logica delle espressioni del linguaggio naturale4.
2. Il verbo "essere"
Recentemente sono stati avanzati dei dubbi sull'attribuzione al verbo "essere" di diversi significati da parte della filosofia e della logica antica e medievale5.
L'ambiguità russelliano-fregeana, come è stata definita da J. Hintikka6, emerge dalle seguenti formulazioni:
1-1 Socrate è saggio
1-2 Socrate è il maestro di Platone
1-3 Socrate è
In 1-1 la copula svolge una funzione predicativa, in 1-2 sta per un segno d'identità, in 1-3 significa "esiste". Nell'ambito della storia della logica antica B. Mates ha evidenziato come occorrenze "ambigue" di "è" ("is") possano essere sostituite con occorrenze "fondamentali"7. Mates propone tra le altre le seguenti equivalenze definizionali:
1-4 "A is (a) B" (predicazione ordinaria) è vera se e solo se "A is B" è vera
1-5 "A is the same as B" ("A = B") è vera se e solo se "A is B" e "B is A" sono vere
1-6 "A is" è vera se e solo se, per qualche termine D, "A is D" è vera
Riguardo a 1-4 si potrebbe pensare che il definiens sia lo stesso che il definiendum; probabilmente ciò non accade in quanto l'autore ritiene che il linguaggio che esprime il definiens sia ad un qualche titolo differente (magari come "linguaggio disambiguato") da quello che esprime il definiendum. In ogni caso la somiglianza non è casuale e ci fa capire come in realtà l'uso di "è" che viene considerato "fondamentale" sia prossimo a quello predicativo, se non proprio coincidente con esso.
Mates dichiara di aver sfruttato alcune idee di Leibnitz e di Lesniewski. Lo stesso filosofo polacco viene utilizzato, nell'ambito della storiografia medievale, da D.P. Henry8. Le definizioni di alcuni funtori in termini del segno primitivo dell'ontologia lesniewskiana (non disponibile nell'attuale formato elettronico; utilizzeremo al suo posto il segno "x")sono avvicinabili a quelle proposte da Mates. In particolare le equivalenze 1-4, 1-5 e 1-6 corrispondono in Henry alle seguenti formule:
1-7 a x b
1-8 [ab] : a = b . sse . a x b . b x a
(identità singolare. Leggere: "a è lo stesso oggetto che b")
1-9 [a] : ex(a) . sse . [Eb] . b x a
(primo funtore d'esistenza. Leggere: "esiste almeno un a")
La formula 1-7 rappresenta il lato destro dell'equivalenza 1-4. In essa il funtore "x" traduce in linguaggio simbolico una certa occorrenza del verbo "essere" in un linguaggio naturale. Anche se questo linguaggio naturale era per Lesniewski il polacco, la formula 1-7 può essere utilizzata per una lingua in cui un equivalente copulativo del verbo "essere" colleghi due termini privi di articoli9. Il definiendum delle 1-8 e 1-9 contiene segni morfologicamente diversi in relazione a diverse occorrenze della copula (del suo equivalente in inglese o polacco o..); nel definiens figura soltanto il (sostituto del) simbolo primitivo dell'ontologia ("x") che esprime un uso "fondamentale" del verbo copulativo.
Poniamo che R sia una relazione tra formule contenenti un'occorrenza "ambigua" della copula e formule contenenti un'unica occorrenza "fondamentale"; R può essere immaginata come una relazione tra un linguaggio disambiguato (magari simbolico) ed uno ambiguo, oppure come una corrispondenza definita sul linguaggio naturale. La seconda strada, che mi pare più interessante, richiede una qualche spiegazione sulla modalità d'accettazione intuitiva da parte dei parlanti (nel nostro caso gli scolastici) della rappresentazione sintattica di R così intesa. Le seguenti equivalenze in qualche modo contribuiscono a stabilire una tale relazione:
1-10 "Socrates est homo" sse "Socrates est homo"
1-11 "Socrates currit" sse "Socrates est currens"
1-12 "Socrates est Plato" sse "Socrates est idem quod Plato"
1-13 "Socrates est" sse "Socrates est ens"
1-14 "homo est animal" sse "homo est species animalis"
La 1-11 è un dogma aristotelico accettato da tutti i logici medievali; 1-13 è una conseguenza di 1-11 10; mentre il definiens della 1-12 è una variante banale del definiendum, quello della 1-14 risulta essere tale, dal punto di vista dei medievali, quando i termini del definiendum sono intesi in suppositio simplex. Si può dire che secondo l'intuizione linguistica degli scolastici (che trova espressione nelle nostre definizioni) "est" sia implicito in ogni verbo; le formule in cui il predicato è esplicitato sembrano contenere un'occorrenza fondamentale (cioé non ulteriormente analizzabile nei termini della 1-11) della copula. L'"è" che si trova a sinistra nelle equivalenze non è da considerare meno fondamentale o ambiguo ma semplicemente ellittico di una clausola predicativa (salvo naturalmente che in 1-10). Un primo risultato che otteniamo (in particolare dalla 1-13) è quello di escludere la possibile ambiguità tra "est" secundum adiacens ed "est" tertium adiacens (in pratica tra un uso predicativo di "est" ed un uso esistenziale). Per dimostrare in generale l'unicità del ruolo grammaticale della copula rivolgiamo la nostra attenzione alla funzione che essa svolge all'interno del complesso predicativo.
Nella letteratura medievale all'"est" copulativo viene attribuito un valore sincategorematico; non mancano tuttavia riconoscimenti della sua forza e significato verbali11. L'attribuzione alla copula di una natura verbale fa ritenere che il modo in cui questa contribuisce al significato del predicato sia quello di trasformare un sintagma nominale in un verbo intransitivo12: Possiamo pensare che in 1-10, -11, -13 si comporti così; mentre in 1-12, -14 evidentemente forma un verbo transitivo. Un modo di mettere d'accordo queste funzioni è quello di supporre che i nomi comuni e le clausole "idem quod" funzionino, a un qualche livello, come verbi e che "est" trasformi in modo identico i suoi argomenti quasi-verbali.
1.3 I nomi comuni
Il problema dei nomi comuni è per un aspetto collegato a quello della copula. Si può dire che tutti i medievali siano d'accordo nel ritenere che un nome comune svolga in suppositio personalis ed in suppositio simplex diversi ruoli sintattici (i problemi sono per lo più relativi al significato). Questa differenza è però sufficiente a creare una difficoltà ulteriore riguardo alla copula. Se "homo" in "homo est species animalis" differisce sintatticamente da "homo" in "Socrates est homo", c'è da aspettarsi che la copula si comporti diversamente nei due casi. Tale aspettativa nella storiografia viene per esempio espressa da Hintikka (per la logica antica) e da Henry (per quella medievale)13. L'incoveniente che può derivare da una impostazione del genere è di ammettere una molteplicità di segni per l'"è" copulativo per ogni livello cui appartengono i suoi argomenti. D'altra parte la difficoltà da superare per una teoria linguistica che tenti di mantenere l'univocità del verbo "essere" è quella di evitare che predicati (nomi comuni) di livelli differenti divengano argomenti di "è" mediante qualche regola di formazione. Così come risulta più soddisfacente una teoria linguistica che spieghi il comportamento della copula senza postulare una sua ambiguità fondamentale, lo stesso si può dire dei nomi comuni (rispetto alla possibile ambiguità introdotta dalla differente suppositio); se si riesce a tener ferma la loro univocità grammaticale non c'è neppure bisogno di preoccuparsi per l'ulteriore equivocità dei funtori di cui sono argomenti.
Un elemento abbastanza costante nella logica basso-medievale è la distinizione tra significatio e suppositio14. Il significato è un qualcosa che il termine, per così dire, "si porta dietro" nei contesti in cui si trova ad occorrere. Se si cerca di rappresentare dal punto di vista della linguistica moderna la teoria medievale della suppositio, questo è un primo fatto da tenere in considerazione. Occorre d'altra parte postulare una qualche differenza grammaticale (sintattica o semantica) per descrivere il comportamento di un termine sotto diverse suppositiones.
Prendiamo in considerazione le seguenti proposizioni:
1-15 Quidam homo est animal
1-16 Genus hominis est animal
Possiamo interpretare il differente ruolo sintattico giocato dal termine "homo" (in suppositio personalis in 1-15 ed in suppositio simplex in 1-16) come un suo essere "attratto", in un qualche senso sintattico del termine, nell'ambito della clausola sincategorematica "quidam" o "genus". D'altra parte, sotto un profilo semantico, mentre il significato di "homo" nei due casi rimane il medesimo, ci si dovrà attendere un diverso significato delle clausole complete "quidam homo" e "genus hominis". Non attribuire ad "homo" in suppositio simplex un diverso significato o un diverso livello logico da quello dello stesso termine in suppositio personalis può riuscire vantaggioso sul piano filosofico affrontando il problema degli universali. Inoltre non si corre il rischio, segnalato parlando dei livelli logici della copula, che un vero universale, per es. species hominis, occorra come argomento di un verbo transitivo. Socrate non può mangiare un'essenza così come mangia una mela in quanto, come vedremo meglio nella nostra grammatica, "species..." o "genus..." non sono di una categoria tale da occorrere come argomenti di verbi transitivi; neppure le stesse clausole ammettono argomenti verbali (transitivi o intransitivi).
Note
1 Il punto di partenza è costituito da "The Proper Treatment of Quantification in Ordinary English", ora in R. Montague, Formal Philosophy, New Haven, 1974. Una nostra rielaborazione della Montague grammar per il linguaggio "scientifico" latino sta per essere pubblicata ("Suppositio terminorum e logica moderna").
2 Secondo Lamberto d'Auxerre "significatio est sicut perfectio termini et proprietates termini supra significationem fundantur" (Summa Lamberti, ed. F. Alessio, Firenze 1971, p. 205).
3 Questa lectio, introdotta da Abelardo nel XII secolo, è ancora presente nella tarda scolastica; citiamo a titolo d'esempio le parole che nella Summa Logica di Ockham seguono immediatamente il commento alle Categorie: "Dicto de significatione terminorum restat dicere de suppositione.." (Summa, ed. Boehner - Gāl - Brown, St. Bonaventure, N.Y., 1974, 193, 2). De Rijk ritiene che l'interpretazione semantica debba essere considerata una costante nella storie delle Categorie pienamente giustificata dal testo aristotelico: cfr. "'Categorization' as a Key Notion in Ancient and Medieval Semantics", Vivarium, XXVI (1981); "Logic and Ontology in Ockham, Some Notes on his View of the Categories of Being and the Nature of its Basic Principles" in Ockham and Ockhamists, Nijmegen, 1987.
4 Una caratteristica della grammatica di Montague è quella di esprimere i rapporti tra le espressioni che compongono una frase mediante funzioni: un certo termine sarà dunque, sotto il profilo sintattico, l'argomento di un altro termine che si comporta come funtore o viceversa. Questo approccio è in grado di fornire gli strumenti per interpretare alcuni aspetti qualificanti della teoria della suppositio; infatti disponendo di un livello d'analisi adeguato per descrivere il rapporto tra termini in una proposizione, possiamo rappresentare proprietates terminorum contestuali come la suppositio. In questa introduzione l'argomento viene sommariamente delineato nella sezione dedicata ai nomi comuni.
5 Si vedano tra l'altro gli articoli contenuti in The Logic of Being, ed. S. Knuuttila e J. Hintikka, Dordrecht, 1986.
6
"The Varieties of Being in Aristotle", in The Logic of Being, cit., pp. 81-114; "Game-Theoretical Semantics: Insight and Prospects", Notre Dame Journal of Formal Logic, 23 (1982), pp. 219-241.
7 B. Mates, "Identity and Predication in Plato", in The Logic of Being, cit., pp. 29-47.
8 Facciamo riferimento in particolare a Medieval Logic and Metaphysics, London, 1972.
9 Per esempio "a" e "b" nella 1-7 starebbero tanto per nomi propri quanto per nomi comuni latini. In una lingua come l'italiano appare grammaticale solo una proposizione del tipo 1-1 (dove un termine singolare fa da soggetto). C'è comunque da tener presente che in Lesniewski, come in altri logici contemporanei, le forme simboliche non traducono in modo letterale espressioni del linguaggio naturale ma sono intese rappresentare una struttura soggiacente oggetto di analisi logico-filosofica.
10 Si trova esplicitamente stabilito, per es., in Burleigh: "Sed hoc verbum 'est' ut praedicatur secundum adiacens, sic includit praedicatum, quia suum participium eiusdem temporis et eiusdem significationis est praedicatum, quando hoc verbum 'est' praedicatur secundum adiacens.": Walter Burleigh, De Puritate Artis Logicae, ed. P. Boehner, St. Bonaventure, N.Y., 1955, 54, 29-32.
11 Del carattere sincategorematico di "est" parlano, tra gli altri, Burleigh (op. cit., 54 e ss.), Ockham (Elementarium Logicae, ed. E.M. Buytaert, in Franciscan Studies, XXV, 1965, pp. 170-276; XXVI, 1966, pp. 66-173; I, p.219), Buridano (Tractatus de Suppositionibus, ed. M.E. Reina, in Rivista critica di storia della filosofia, XII, 1957, pp. 175-208, 323-352;pp. 207-208) (i due ultimi testi sono citati in A. Maierų, Terminologia logica della tarda scolastica, Roma 1972, pp.214-215). Il significato verbale viene sottolineato con forza da Guglielmo di Shyreswood nel seguente testo: "Et dicunt quidam quod hec particula 'est' est tertia pars que scilicet est copula, sed non est ita. Cum enim sit verbum, significat id quod de alio predicatur et sic erit predicatum, sed consignificat compositionem quia est copula.." (Introductiones in Logicam, ed. M. Grabmann, Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Phil.-hist. Abteilung 1937, 10; p.33).
12 Verbo che, secondo N. Kretzmann, costituisce il paradigma di un verbo categorematico (cfr. "Syncategoremata, exponibilia, sophismata", in The Cambridge History of Later Medieval Philosophy, Cambridge 1982 (rist. 1989), pp. 211-245).
13 Questa nuova ambiguità è discussa da Hintikka (in op. cit., pp. 96-99) come ambiguità categoriale: un termine (implicito) nelle clausole quantificazionali dovrebbe svolgere l'ufficio di selezionare un certo dominio di quantificazione; in conseguenza di ciò sembra necessario dover definire diversi significati del verbo "essere" per ognuno di tali domini. In Henry (Medieval Logic.., cit., p.43) rispetto a differenti livelli logici dei termini componenti una proposizione tipo "...est___", vengono introdotti funtori d'ordine superiore (in parte morfologicamente coincidenti con x).
14 Lamberto d'Auxerre (op. cit., 206) si esprime nei seguenti termini: "Differt autem significatio a suppositione in hoc quod prior est significatio quam suppositio; significatio enim est intellectus rei qui per vocem representatur... suppositio vero est quedam proprietas termini sic constituti. Alia est differentia quia significatio solum extenditur ad rem ad quam significandam imponitur terminus, sed suppositio non solum extenditur ad rem que per terminum significatur".