Attilio Bertolucci - Il regista e il poeta
di Giovanni Martinelli
Con grande discrezione, ma anche con innegabile e comprensibile curiosità, una telecamera amica ha scovato Attilio Bertolucci, villeggiante non più fuori stagione a Casarola, "il paese che tutti credon, fola".
La prima volta nel 1994 - e poi anche più avanti, nella "Lettera da Corniglio", dettata con un evento naturale sconvolgente - cercando un testimonial degno di fede in merito alla ritrovata vitalità del "faticato Appennino", così profondamente cambiato nell'ultimo mezzo secolo eppure ancora prezioso scrigno della memoria collettiva di tradizioni, di modi di pensare e di essere, di costumi che, rimasti quasi inalterati per secoli, oggi sembrano appartenere solo alla Storia.
Ma il passo da presenza autorevole a protagonista è stato breve, giusto un lampo, appena il tempo di pensare "motore, azione". E non per imposizione dello stesso Bertolucci che, anzi, si stava prestando ben volentieri a questo ruolo subordinato, di narratore di un territorio che avrebbe dovuto essere protagonista principale. Tra di loro, tra il poeta e l'appennino c'è un legame profondo, intenso, antico, fatto di rispetto, attenzione e riconoscenza. Quante volte nei suoi versi ritorna il tema della montagna! e quante volte, leggendoli, si prova, nettissima, l'emozione della scoperta di colori, atmosfere, paesaggi, suoni che sono lì da sempre, tra boschi chiuso a scrigno - del quale pochi possiedono la magica chiave - e pendii d'erba e di grano, di rado immediatamente percepiti dal turista frettoloso, distratto dalla curva da affrontare, dalle ricerca d'una trattoria, dal semplice desiderio di sfuggire alla calura cittadina.
Occorre, è vero, una sensibilità speciale, uno spirito curioso delle cose e delle genti, dei pensieri e dei silenzi, un atteggiamento di disponibilità verso ogni esperienza, per cogliere i dettagli di quella Natura che la poesia "Fumi lontani" definisce "mirabile macchina teatrale / dagli elementi e dagli uomini, / dagli animali, volpi tassi scoiattoli, / con tanta arte pazienza astuzia costruita", Natura che è uguale agli occhi di tutti, diversa allo sguardo della mente, più o meno aperta, più o meno interessata. Una sensibilità - ha scritto Vittorio Sereni - capace di accogliere e restituire come fa Attilio Bertolucci "con estrema fedeltà il dono dell'aria e delle ore…"
È che il suo narrare, il suo affettuoso coinvolgimento, il suo desiderio di condividere con altri la relazione con l'Appennino mito e ispirazione, con l'amata Casarola rifugio eccellente e magico, diveniva, con il succedersi delle parole, qualcosa che trascendeva le intenzioni e la volontà, sicché chi stava dietro la videocamera o, più spartanamente, manovrava il microfono, non poteva evitare di lasciarsi condurre più lontano.
L'idea di un corto o mediometraggio di taglio documentaristico si è trasformata così - naturalmente, forse inevitabilmente - in un mosaico da costruire nel tempo, con calma, seguendo i ritmi delle stagioni e la metrica dei versi: tessere plasmate con pazienza, rispettando sfumature e colori, cercando di mettere in evidenza i toni e le suggestioni custodite - e spesso celate - dalle parole.
Da quattro anni Giovanni Martinelli dedica tempo e passione a questo racconto per immagini sulla vita e sul pensiero di un poeta che per noi - ed è un noi totalmente privo di campanilismo padano, anzi con ambizioni decisamente europee - è il più grande tra i viventi, certo uno dei più grandi del nostro secolo.
È sempre la poesia il pretesto degli incontri a cadenza annuale tra il poeta e il videomaker. Galeotta la verde frescura che l'Appennino dispensa generosamente guarendo d'incanto la noia fastidiosa della pianura afosa e ingrata. Si parte dalla poesia ma l'orizzonte subito si allarga, ingloba Storia e Cultura, esperienze personali e memorie nazionali, lascia indefinito il suo confine.
"La casa di Bernardo" è nata dunque, come idea subalterna ma forte: quella di lasciare Attilio Bertolucci libero di raccontare, senza prefissati schemi cronologici e di argomenti, il suo rapporto con questa terra che gli ha suggerito i versi, le cadenze, le immagini di un capolavoro, "La camera da letto". Un'estate di qualche anno fa, camminando dalle nove a mezzogiorno nel tratto pianeggiante che collega Casarola a Riana, munito di un quadernone a righe, il poeta ha scritto ogni mattina una "sequenza" del suo poema in versi o, come ha scritto con felice intuizione Cesare Garboli, del suo "film in versi".
E il suo sguardo, inevitabilmente, si illumina quando rievoca questi momenti felici, quando prende a parlare delle radici profonde che la famiglia paterna ha piantato nell'Appennino, e della casa che è dei Bertolucci dal XVI secolo e che lui ha fatto restaurare, di quei Bertolucci maremmani che ha consegnato alla Storia della letteratura proprio con "La camera da letto".
È stato in un inverno durissimo, eppure il più felice della sua vita, che Attilio Bertolucci ha riscoperto Casarola: era il settembre 1943, mese più degli altri denso di guerra e di caos, quando il poco più che trentenne professore, con la moglie Ninetta e il piccolo Bernardo ("un uomo e di una donna in età / di amarsi e amare il frutto dell'amore") avevano lasciato la città per "scappare dall'incubo della storia" e per avventurarsi su quei monti che solo una decina d'anni più tardi la strada provinciale avrebbe collegato al capoluogo.
Una poesia, "Verso Casarola", da cui sono tratti i due versi citati, spiega quello stato d'animo, quella decisione, quell'esperienza: "Oh, campane / di Montebello Belasola Villula Agna ignare, / stordite noi che camminiamo in fuga / mentre immobili guardano da destra e da sinistra / più in alto più in basso nel faticato appennino / dell'aratura quelli cui toccherà pagare / anche per noi insolventi, / ma ora pacificamente lasciano splendere il vomere / a solco incompiuto, asciugare il sudore, arrestarsi / il tempo per speculare sul fatto / che un padre e una madre giovani un bambino e una serva / s'arrampicano svelti, villeggianti fuori stagione / (o gentile inganno ottico del caldo mezzodì), / verso Casarola ricca d'asini di castagni e di sassi."
Il video "L'inverno del nostro contento", frutto di un montaggio alimentato da sequenze realizzate in tempi diversi, è una meditazione senza compromessi alla quale si collega, indirettamente, un altro lavoro di Giovanni Martinelli, "La forza della volontà" al centro del quale c'è Giacomo Ulivi, uno degli allievi più brillanti del poeta, una giovane e lucida intelligenza spezzata dai mitra nazisti e che ha lasciato un'eredità singolare: al momento della fucilazione aveva in tasca una poesia di Attilio Bertolucci scritta a matita, a memoria, su un foglio di carta da pacco.
Non riesce il poeta professore a nascondere un pizzico di commozione ritrovando in questo incontro virtuale il suo antico allievo al quale guarda ancora oggi con affetto complice e riconoscente. Ma è felice quando può parlare di cinema, di "Aurora" e di Bernardo, presenza-assenza costante che, più volte evocato, compare finalmente ne "L'inverno del nostro contento" e partecipa direttamente al gioco del mosaico. Bernardo ribelle nei confronti della famiglia, nei confronti soprattutto di un padre così famoso e ingombrante padre? Attilio dà questa spiegazione: "Ha cominciato scrivendo poesie poi si è messo a fare del cinema, cioè una cosa diversa da quello che facevo io: ecco, questa, forse, è stata la sua ribellione nei confronti della figura paterna".
Ma altri incontri sono disseminati lungo i video di Martinelli. D'una toccante originalità quelli con altri poeti, nella realtà vera (con l'irlandese Desdmond O'Grady in "Il poeta e il suo traditore", breve confronto, bello e curioso, tra due grandi, entrambi maestri anche di quell'arte dell'infedeltà che è la traduzione) e in quella virtuale (la magia della tecnologia riporta la voce di Pier Paolo Pasolini, come se fosse oggi, sull'Appennino in "La Guinea verso Casarola" con Attilio che ascolta, assorto, commosso, le parole dell'amico più giovane e così attento, sensibile, lucido).
A tutti Bertolucci regala una soddisfatta partecipazione con un pizzico di narcisismo: il poeta non solo non si nega alla telecamera, alla quale offre bellissimi primi piani nei quali si leggono il piacere di vivere, il desiderio di conoscere, la capacità di guardare lontano, ma col suo sorriso discreto, mai prepotente ma dal quale è difficile staccarsi, sembra richiamare l'attenzione del montatore quando questi va in cerca di immagini di copertura. Simile, - ma diverso - al personaggio dei versi di Bernardo in una poesia di "In cerca del mistero":
"Voglio espugnare un poeta, /un beato narciso che non ode / suono più forte dei suoi battiti al mondo, / che odore differente dal suo giudica immondo / e compara alla sua l’ossatura degli uccelli".
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