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Il Cavaliere di Belfiore (br) Barone di Kelbar (b) Marchesa del Poggio (s) Giulietta di Kelbar (ms) Edoardo di Sanval (t) Signor La Rocca (b) Conte Ivrea (t) |
Paolo Coni e (23 dic.) Massimiliano Gagliardo Alfonso Antoniozzi Cecilia Gasdia e (23 dic.) Simona Baldolini Anna Caterina Antonacci e (23 dic.) Paoletta Marrocu Giorgio Casciarri e (23 dic.) Cesare Catani Bruno Praticò Carlo Bosi |
Orchestra Sinfonica dell'Emilia Romagna "A.Toscanini"
Direttore e concertatore: Maurizio Benini
Coro della Cooperativa Artisti del Coro
Maestro del Coro: Marco Faelli
Regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi
Compagnia di Danza Teatro Torino
Coreografie di Luca Veggetti
Nuova produzione e allestimento del Teatro Regio di Parma
Complessi artistici e tecnici del Teatro Regio di Parma
Un parto doloroso
Verdi scrisse il proprio secondo lavoro operistico nei primi mesi del 1840 a seguito delle pressioni dell'impresario Merelli, che gli aveva proposto un contratto per tre opere in due anni al prezzo di quattromila lire austriache ognuna più la metà degli utili della vendita degli spartiti. Merelli era un entusiasta sostenitore del giovane compositore, reduce dal successo di Oberto conte di San Bonifacio alla Scala l'anno precedente. Verdi scelse così per la prima opera il libretto che, fra quelli sottopostigli, gli "parve meno male", ed era Il finto Stanislao, di Felice Romani, tratto da una commedia del 1808 dell'impresario, drammaturgo, architetto e marinaio A.V.Pineux-Duval. Qualche tempo prima il musicista era stato colpito da un duplice lutto, quello di due figlioletti e quello della prima moglie, a cui si aggiunse un attacco di angina che lo colpì nei primi mesi dell'anno: dovette però dedicarsi anche in tali circostanze psicologiche all'opera buffa per la quale si era impegnato con Merelli per l'autunno, e di questo si dorrà qualche anno dopo ricordando i proprii inizii nel mondo del teatro musicale.
Un giorno di fiasco
La Prima ebbe luogo il 5 settembre 1840 alla Scala con il titolo Un giorno di regno, e fu un notorio fiasco di pubblico e critica, uno dei più clamorosi della storia dell'opera. Verdi si lamenterà in un lettera a Tito Ricordi diciannove anni dopo della crudeltà del pubblico, che "maltrattava l'opera d'un povero giovine ammalato, stretto dal tempo e col cuore straziato da un'orribile sventura! Tutto questo si sapeva, ma non fu ritegno alla scortesia. Io non ho più visto da quell'epoca il Giorno di regno, e sarà certo un'opera cattiva, pure chi sa quante altre non migliori sono state tollerate o forse anche applaudite...". L'opera venne immediatamente tolta dal cartellone.
Sulle cause del tonfo di quella sera si almanaccò a lungo: il periodico La Moda riferìdi una pioggia di fischi fin dall'inizio, che fecero "perdere la bussola" ai cantanti, nonostante la claque, evidentemente male organizzata, di Merelli; e pare proprio che il cast non fosse nella serata migliore, se Le Figaro, il più disposto a concedere attenuanti all'autore, salvò mezzosoprano e tenore censurando la prova del baritono e del soprano.
Un cast imprevisto
Sulla carta però i cantanti sembravano affidabili: il Barone era interpretato da Raffaele Scalese, Belfiore da Raffaele Ferlotti, la Marchesa da Antonietta Raineri Marini, Giulietta da Luigia Abbadia, Edoardo da Agostino Rovere, il Conte Ivrea da Giuseppe Vaschetti. La Raineri Marini aveva già alle spalle un certo curriculum, fra cui una Norma e un Capuleti e Montecchi di Bellini a Parma nel 1835; la Abbadia aveva debuttato un mese prima alla Scala ed era un tipico mezzosoprano di tessitura moderata (per quanto negli anni sarebbe poi venuta fuori come soprano d'agilità), per la quale sarebbe stata scritta la Maria Padilla da Donizetti e Saffo da Pacini; Salvi era nel cast di Oberto a Milano l'anno prima e Ferlotti era un baritono di sicuro affidamento. Tutti avrebbero avuto una carriera discretamente fortunata.
Riso amaro
Ancora oggi permangono le tradizionali perplessità critiche su un saggio d'opera buffa che non raggiunge neppure lontanamente i vertici rossiniani, che cercava di rappresentare un genere ormai in declino e che sarà bruciato mezzo secolo più tardi dall'invenzione di Falstaff. In realtà quest'opera offre pił di un numero divertente e molta musica ben scritta, ma cià che le nuoce è la mancanza di colpo d'ala nei momenti teatralmente nodali (ciò che farà grande Verdi nel seguito della carriera) e la prolissità dell'intreccio nel secondo atto, che attende molto per essere sciolto quando ormai la tensione è già calata. I personaggi inoltre sono superficialmente caratterizzati e in certi luoghi la musica sembra contrastare con il testo (per esempio nell'aria Compagnoni di Parigi). Tuttavia a torto si accusa ancora il libretto, che invece rivela il tocco espertissimo di Romani e che soffre semmai dei rimaneggiamenti voluti da Verdi attraverso vicende che ci sono pochissimo note, e colpevolmente, quando si parla di quest'opera, ci si ferma di rado sulla felicità di certi duetti scritti con versi di sciolta e serena ironia o sull'immediata fotografia emotiva in alcuni passi, come l'aria della Marchesa. In realtà gli errori stanno altrove. Certo, la musica è risciacquata in Rossini e Donizetti (e come avrebbe potuto altrimenti?), ma l'errore principale fu di non cogliere i cambiamenti del gusto intestardendosi su un soggetto che avrebbe divertito dieci anni prima e ricomincerà a divertire -potenza dei riflussi- vent'anni dopo ma non in quel momento (e in fondo non è lo stesso errore che hanno fatto certi capistruttura e autori di questo autunno televisivo? Altri riflussi storici...). Il momento era invece propenso al melodrammone sentimentale o allo squasso patriottico, e non è un caso pochi mesi Nabucco sarà la resurrezione di Verdi. Non per questo cala l'interesse per un'opera poco vista e poco ascoltata, e l'allestimento di quest'anno a Parma offre la possibilità di un'utile rivisitazione critica anche alla luce della debole tradizione scenica che la precede, e che dà agio al regista Pier Lugi Pizzi di manovrare regia e costumi su un vasto terreno semivergine.
La Trama
PRIMO ATTO. Ad apertura di sipario i contadini e i vassalli della casa di Kelbar mostrano la loro gioia per le duplici nozze di Giulietta, figlia del Barone, con il Signor La Rocca Tesoriere di Bretagna, e della Marchesa del Poggio con il Conte Ivrea, e per le laute mance che ne sortiranno (coro: Mai non rise un più bel dì). Alle nozze presenzierà anche il re di Polonia Stanislao. Barone e Tesoriere si fanno reciproche congratulazioni esaltando la progenie che ne verrà (duetto: Tesoriere garbatissimo). Il ritorno del coro chiude la scena. Entra il re che all'entusiasmo del Barone gli fa capire che la devozione che gli sta riservando verrà premiata, una volta tornato in Polonia. In disparte il re si avvicina al pubblico e si confessa: egli non è il vero re ma il Cavaliere di Belfiore, travestito per permettere al vero Stanislao di reclamare il proprio trono di sorpresa in patria, e gioisce della situazione pensando alla scarsa fama di cui godeva fra i colleghi d'armi in gioventù (aria: Compagnoni di Parigi). Il barone racconta a Belfiore del doppio matrimonio: ma quando questi sente che una delle spose sarà la Marchesa del Poggio, che egli ama, trasale, poiché a causa del travestimento rischia ora di perderla; chiede per lettera al vero re di disimpegnarlo dalla missione e nel frattempo giunge Edoardo nipote del Tesoriere (duetto: Proverò che degno io sono), che ama riamato Giulietta ma che, vistala promessa allo zio, chiede al (finto) re di prenderlo come scudiero per cercare una morte onorevole in battaglia (cabaletta: Infiammato da spirto guerriero). Ma la Marchesa, nascosta, vede la scena e riconosce Belfiore, però vuole fingere di sposare Ivrea sperando che poi Belfiore stesso si dichiari (cavatina: Grave a core innamorato). Dopo un intervento del coro (Sì festevole mattina) Giulietta confida ai servi il proprio cruccio: ama Edoardo, ma è costretta a sposare il Tesoriere La Rocca (cavatina: Non san quant'io nel petto). Arrivano Barone, Tesoriere, Edoardo e Belfiore, e questi attira in disparte i primi due con la scusa di parlare di strategie belliche, permettendo ad Edoardo di conversare con Giulietta; entra poi la Marchesa, che viene presentata a Belfiore, il quale finge di non riconoscerla perchè deve continuare fino a ordine contrario la farsa del travestimento (sestetto: Cara Giulia al fin ti vedo). Sulle prime Edoardo e Giulietta sperano in un appoggio della Marchesa, che però si mostra contrariata per il comportamento di Belfiore (Terzetto: Bella speranza invero). Nella scena successiva il finto re cerca di sistemare la faccenda di Edoardo: prende in disparte il Tesoriere che, sotto la promessa da parte di Belfiore di un ministero in Polonia, della principessa Ineska e di "un gran podere", rompe senza indugio il fidanzamento: quando il Barone lo apprende (duetto: Diletto genero), minaccia di uccidere il fedifrago Tesoriere (Finale: Tesorier! Io creder voglio che sia questo un qualche gioco).
SECONDO ATTO. I vassalli si chiedono che stia accadendo (coro: Ma le nozze non si fanno?). Entra quindi Edoardo a lamentare la propria sorte (aria: Pietoso al lungo pianto). Visto che l'ostacolo al matrimonio di Edoardo e Giulietta è la povertà dell'uomo, Belfiore ordina al Tesoriere di cedere al nipote Edoardo una parte della rendita e un castello, ma ecco che irrompe il Barone, infuriato, a minacciare di morte il Tesoriere (duetto: Tutte l'arme ella può prendere). Scena successiva. Nell'atrio del palazzo chiuso da vetrare, finalmente la Marchesa incontra Belfiore, per fargli confessare la sua vera identità (duetto: Ch'io non possa il ver comprendere?), ma egli si sottrae al confronto avendo compreso la farsa di lei nel voler ostinarsi a sposare Ivrea, quando entra il Barone arrivato per annunciare che il matrimonio Conte Ivrea-Marchesa si farà al più presto. La Marchesa si rattrista (aria: Si mostri a chi l'adora). Giulietta gode per lo sciolgimento del fidanzamento col Tesoriere, ma non ha calcolato che Edoardo ha però promesso di seguire il re in Polonia (duetto: Giurai seguirlo in campo). È la stretta decisiva per i casi della Marchesa: la donna promette a Ivrea di sposarlo qualora entro un'ora non si presenti Belfiore, che proprio in quel momento entra con Giulietta ed Edoardo, blocca le nozze per "ragioni di stato" e chiede che Ivrea lo accompagni in Polonia (settimino: A tal colpo preparata). Arriva però la lettera del vero Stanislao: il re è ormai a Varsavia e Belfiore è sollevato dalla messinscena (Finale: Sire, venne in quell'istante). Belfiore ordina il matrimonio di Edoardo e Giulietta e appena il Barone acconsente legge il contenuto della lettera ad alta voce rivelando la propria identità e abbracciando la Marchesa.
Il vero Stanislao
La vicenda è ispirata a un fatto storico: il re di Polonia Stanislao Leszczynski (1677-1766), perso il trono dopo la battaglia di Poltava contro i Sassoni nel 1709, si rifugiò in Francia, con l'aiuto della quale alla morte di Federico Augusto di Sassonia riprese il regno nel 1733 arrivando in Polonia travestito da cocchiere per cogliere di sorpresa i nemici, mentre un ufficiale francese -Beaufleur- lo rappresentava nelle occasioni pubbliche in Francia.
Prima e dopo il giorno
Il libretto di Romani, invero di buona fattura, era stato scritto per Adalbert Gyrowetz nel 1818, che ne fece un'opera scaligera uscita dal circuito teatrale dopo undici rappresentazioni: poiché era intitolata Il finto Stanislao si scelse per il debutto verdiano il titolo Un giorno di regno.
Nel 1812 lo stesso titolo era stato rappresentato a Venezia (San Moisè) su libretto di Gaetano Rossi (autore di un altro libretto, Il Proscritto, che era stato scartato da Verdi prima di arrivare al tsto di Romani); nel 1854 a Madrid lo spagnolo Francisco Asenjo Brabieri musicò Un dia de reinado, libretto di Gutierrez e Olona.
L'opera di Verdi tornò in cartellone a Venezia nel 1845, a Roms nel 1846 e a Napoli nel 1859. Pare che a Venezia (dove uscģ col titolo Il finto Stanislao) abbia avuto gran successo.
A Parma prima dell'edizione di quest'anno c'è un solo precedente per Un giorno di regno, il 16 e 17 ottobre 1963, durante le celebrazioni del 150° anniversario della nascita di Verdi (col titolo Il finto Stanislao) con Giulio Fioravanti (Belfiore), Paolo Montarsolo (Barone), Romana Righetti (Marchesa), Bianca Maria Casoni (Giulietta), Ugo Benelli (Edoardo), Paolo Pedani (Tesoriere), Mario Ferrara (Ivrea), direttore Alberto Zedda (che ha diretto due anni fa al Regio Cenerentola) e regia di Filippo Crivelli.
Difficoltà e caratteristiche dell'opera
Lo schema dell'opera buffa tradizionale è calcato da Verdi con fedeltà agli stereotipi: due bassi comici (Barone e tesoriere La Rocca), tenore di grazia (Edoardo), soprano volitivo (Marchesa), mezzosoprano sognante (Giulietta), coppia d'amanti male assortiti da volontą altrui e ordito per ristabilire le coppie giuste. Anche la scrittura musicale, i colori talora metallici degli archi e l'impasto timbrico seguono le tendenze del genere operistico di quegli anni, ma è già evidente la tipica sintassi verdiana in molti momenti: l'ouverture, il duetto Proverò che degno io sono (in cui si può riconoscere qualcosa della cabaletta del tenore nei Due Foscari), l'aria di Edoardo: e d'altro lato uno stile verdiano casereccio e ricorrente in tutta la carriera del musicista si legge subito nell'introduzione corale Mai non rise, con soprani e tenori raddoppiati per terze a loro volta raddoppiati tutti dai fiati e sostenuti dagli archi in pizzicato; o nello schema ritmico, popolareggiante, della cabaletta di Giulietta Non vo' quel vecchio, che resterà tipico di Verdi per decenni. In altri casi il tocco inventivo prefigura soluzioni che Verdi svilupperà negli anni seguenti, come nell'aria della Marchesa Se dee cader la vedova, che è stata notata avvicinarsi a quella di Oscar nel Ballo in maschera. L'ouverture, saldissima e orecchiabilissima, contiene materiale sapientemente variato, che riapparirà solo nel finale del secondo atto. È noto infine che esistono alcune divergenze non di poco conto fra il primo libretto di Romani, quello scritto per Gyrowetz, e quello verdiano, e che fu probabilmente Verdi a discutere i cambiamenti, che togliendo alcuni aspetti particolari dei rapporti fra i personaggi rendono meno spiegabili (e quindi automaticamente meno coinvolgenti) certe decisioni da loro prese durante la vicenda (il soccorso di Belfiore a Edoardo, il voltafaccia della Marchesa, il lungo battibecco fra Barone e Tesoriere).
Sì, Baron, felice e prospero
I protagonisti sono i tre registri profondi, i due bassi e il baritono, cui è affidata una scrittura vivace, talora robusta talora piccante. Verdi mostra una decisa inclinazione alla felicità inventiva quando si tratta di scrivere i duetti di Tesoriere e Barone, Tesoriere garbatissimo, Tesorier! Io creder voglio e Tutte l'armi ella può prendere, che riescono piccoli capolavori anche di saldezza drammaturgica; da notare per inciso che alcuni critici trovano nel passaggio orchestrale orchestrale del primo tema di Tesoriere garbatissimo lo stesso stile che caratterizzerà Fra Melitone nella Forza del destino.
Scaltro ingegno del bel sesso
La Marchesa è una specie di figura machiavelliana in gonnella: sfrutta le risorse ingegnose del bel sesso per riacciuffare l'amante, mostra carattere, spirito combattivo, humor ma anche sentimento venato di malinconia. Tecnicamente la sua parte non presenta passi ardui, la tessitura è medio-bassa e sale oltre il Lab4 solo nella cadenza di Grave a core innamorato, ove una soluzione coloristica può trovarsi nei trilli su "sospirai" uniti ai fiati, ma come gli altri personaggi deve alla soluzione recitativa gran parte del proprio successo scenico; nell'aria Si mostri a chi l'adora va notata sul "sono" di "parli se irata sono" una scala discendente cromatica (talora facilitata come melismo), che spesso molte cantanti "strisciano".
O morirò d'amor!
Giulietta è un mezzosoprano ingenuo e sognante: confida con toni stereotipati le proprie pene d'amore ai contadini, e appena può confida nella cugina, la Marchesa, per risolvere la faccenda dello scomodo fidanzamento col Tesoriere e riabbracciare Edoardo. La parte potrebbe adattarsi anche a un soprano con centri robusti, considerando che spesso sale al Sib4, che abbiamo visto essere toccato solo di rado dalla Marchesa. Giulietta ha una cavatina nel primo atto ("Non san quant'io nel petto soffra") a tempo di valzer, che va cantata con espressione, e un duetto con Edoardo nel secondo, pezzo molto di prammatica e senza pretese. La sua presenza bilancia però con molta efficacia la spiccata personalità della Marchesa.
Maestà, non ho linguaggio
Edoardo è un tenore lirico, con un paio di duetti, una cabaletta e un pezzo di bravura nel secondo atto (Pietoso al lungo pianto), che presenta un acuto in Do dopo un melismo in biscrome (l'acuto ai tempi di Verdi veniva cantato in falsetto) e altri due acuti in Si e La, quest'ultimo da cantarsi "con grazia": tipica figura di giovane focoso, poco intellettivo e molto piagnucoloso come tanti che affollano le opere romantiche, dopo aver fatto tanto baccano per riavere Giulietta fa il coerente intestardendosi a seguire il finto Stanislao come scudiero, solo perché glielo aveva promesso nel primo atto: che si sia spaventato all'idea di sposarsi? A risolvere la questione, visto che non si può aspettare che ci pensi Edoardo, sarà Belfiore. I due atti durano ciascuno poco meno di un'ora.
Discografia
Sparite dal mercato le edizioni storiche, è stata riversata in CD la versione diretta nel 1973 da Lamberto Gardelli con la Royal Philarmonic Orchestra e gli Ambrosian Singers, interpreti Fiorenza Cossotto, Jessye Norman, Josè Carreras, Ingvar Wixell, Vincenzo Sardinero, Wladimiro Ganzarolli, Wiliam Elvin, Ricardo Cassinelli (Philips), una delle performances meglio riuscite di Gardelli nella celebre serie di incisione delle opere giovanili di Verdi, ove il direttore riesce a tenere in tensione l'atmosfera comica anche grazie all'aiuto di un'orchestra che non lo tradisce e di alcuni interpreti in vena (Wixell, Sardinero e Cossotto). Altro il mercato non offre a parte l'ouverture, incisa in CD anche da Muti e Adler, e la cavatina Grave a core innamorato, che è stata registrata da Monserrat Caballè in un disco miscellaneo DG.
[giuma]